“L'incertezza è la condizione perfetta per incitare l'uomo a scoprire le proprie possibilità.”

Erich Fromm

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  • Per la Rubrica ORIZZONTI: Il sognatore. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

    Questo è il volume primo dell’opera omnia su Dostoevskij, del poeta, filosofo, critico letterario, Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, opera totalmente autoprodotta  edita dalla sua piccola casa editrice Acquaviva. Questo solo volume è una raccolta di oltre 400 pagine, dedicato al padre e alla madre con bene infinito. L’opera è suddivisa in undici parti, “Giobbe nella spazzatura/ Dostoevskij/ Povera gente/ Il Sosia/ Il signor Proharchin/ La Padrona/Cuore debole/Le notti bianche/Davanti al patibolo/Il ladro onesto/ Netocka. D’Ambrosio si propone un piano ambizioso, scovare ciò che in Italia e forse neanche in Russia è mai stato fatto, stanare la visione del mondo, la filosofia del poeta russo. Dostoevskij dice D’Ambrosio, entrando nel tumulto dell’anima era il massimo dell’umiltà, nella sua vita si è sentito sempre discepolo. Il suo segreto era quello di imparare da tutti, dal mendicante, dal diseredato, dalla povera gente, questi furono i protagonisti dei suoi racconti. Dalla loro vita imparava ciò che gli serviva per capire il dramma dell’uomo, il suo dramma, non è un sistema di pensiero sviluppato a tavolino, ma una filosofia che salta fuori dalla vita. Dostoevskij scriveva a Pietroburgo, a Mosca, incatenato in Siberia, anche a quaranta gradi sottozero, scriveva con la consapevolezza che noi non sappiamo cosa vogliamo da noi stessi, nascosti agli altri, restiamo per sempre esseri incompiuti. D’Ambrosio dice : “ …… siamo enigmi a noi stessi: possiamo diventare per gli altri delle Sfingi, delle maschere assolutamente incomprensibili, perché siamo calati nelle tenebre del nostro presente e non riusciamo ad illuminare quello che siamo nella nostra spiritualità, ….. nel nostro stare al mondo, cioè di quello che stiamo facendo e progettando. Su questo si fonda il mistero dell’esistenza umana”. Poi, in linea con lo scrittore russo dice che, qualcosa comunque possiamo capire, perché siamo i custodi dei nostri segreti, la chiave sta dentro di noi. Giuseppe non è uno psicoanalista brevettato e sentite come continua: “il segreto è l’incontro con noi stessi”, “l’uomo è fatto di miseria e ipocrisia”, dico io, questo è il falso essere, il luogo sconosciuto dove andare a cercare le contraddizioni, le rotture dell’esistenza. Stiamo parlando del teatro dell’inconscio dove le maschere danzano folli tragedie intorno ad un corpo che brucia come una torcia, prigioniero dentro la scorza. Theodor Reik parla di terzo orecchio per ascoltare se stessi e gli altri, ma dove si deve rivolgere questo sensibile organo? Il filosofo di Acquaviva ci dice che i segreti d’ascoltare sono dentro di noi e che noi abbiamo la chiave per aprire porte dell’ignoto. La chiave rovente che fu l’inferno di Dostoevskij che per missione decise d’essere scrittore con l’intento di mettere in scena i controsensi, i fantasmi che in ogni istante si muovono dentro le tenebre e pongono pressanti domande su come concludere il misero giorno.  Domande sull’assoluto, sull’infinito ritorno dove vita e morte sono incluse e si alternano sempre, è il ritorno anche del gioco dell’esistenza, dove è racchiuso il mysterium tremendum et fascinans che in ogni istante sconcerta l’anima, la ragione, forse per questo lo scrittore fu anche giocatore.  … Dostoevskij racconta storie di persone del suo tempo, ma la sua grandezza consiste nell’aver saputo cogliere e rappresentare la contraddittoria spiritualità dell’uomo di sempre, perciò resta attuale. Dice D’Ambrosio, è difficile afferrare e interpretare Dostoevskij e chi tenta di farlo prende cantonate, riporta l’esempio di Sigmund Freud che interpretò i Fratelli Karamazov come complesso di colpa che Fjodor aveva verso il padre, quindi come una segreta intenzione di parricidio, il poeta pugliese dice che Freud “spiega se stesso, le proprie convinzioni e le proprie teorie, ma non spiega assolutamente Dostoevskij”. Dostoevskij ammonisce coloro che salgono in cattedra, quelli che si ritengono degni, raccomanda di non farsi grandi, di non puntare il dito contro gli altri, allora: “… tu devi misurare non la loro indegnità, ma la loro infelicità. Cogliendo l’infelicità, tu non potrai giudicarli, potrai avere soltanto compassione di loro e quindi non potrai fare altro che cercare il loro bene, perché ciò che gli uomini desiderano è sempre più puro di ciò che manifestano”. In questo passaggio possiamo vedere come la speranza in Dostoevskij si fa colonna portate per se e per le persone che lo circondano che poi sono i personaggi dei suoi romanzi. L’indagine per la costruzione delle storie, per la rappresentazione dell’anima dei dannati, parte sempre con degli interrogativi: “ Perché offendono? Perché ammazzano? Perché sono malvagi? Perché sono cattivi? Gli interrogativi sono utili e funzionali perché permettono di andare ad afferrare dove il fuggiasco scappa per paura, di andare dentro la stanza del magma, sede delle più intime ribollenti motivazioni, quelle indicibili agli altri e a se stessi. Dostoevskij dice sono così, parlando anche di se, “perché non c’è nessuno che li ama”.  L’uomo vive una scissione, un distacco da se, dall’altro e dalla natura, è alienato, separato da quello che pensa da quello che sente, in questa terribile condizione è difficile sapere anche che cosa è amore, dunque non sa neanche cosa chiedere, cosa cercare. Per Dostoevskij il bosco d’attraversare è quello di un umanesimo totale che toglie dal volto il velo alla dea natura l’enigma, che non si mostra da cui sorge il mistero, il tremendo il fascino anche dannato dell’esistenza. Dostoevskij è vicino al “Discepolo di Sais” la favola di Novalis, dove Giacinto cerca la dea che dopo un lungo cammino la trova in un luogo fatato, ma prima di entrare si addormenta perché per entrare in quel sacrario, dice Novalis, bisogna sognare. Questo è il sogno dell’artista, del poeta che alberga nell’uomo, in ogni singolo uomo. Giacinto entra, dopo un lungo percorso, nel sacrario e vede la dea col volto velato, si avvicina col cuore palpitante, alza il velo e vede Fiordirosa, la sua amata e nelle pupille vede riflesso se stesso. L’utopia di Dostoevskij, dice D’Ambrosio è quella possibilità che l’uomo ha d’incontrare se stesso attraversando il terreno dell’amore, non c’è altra via per il raggiungimento della sapienza. In un suo romanzo il poeta russo dice : “ Chi ama sa tutto, non ha bisogno d’imparare più alcunché, perché li c’è l’intera filosofia di tutta la storia del genere umano!”. Il critico letterario Lukacs in “Teoria del romanzo” dice che il narratore russo diversamente dagli altri grandi romanzieri che parlano del passato, in Dostoevskij c’è il presente e una grande dimensione del futuro. L’uomo dice E. Fromm, può diventare:  < peccatore e santo, … bambino e adulto, … mentalmente sano o turbato, … uomo del passato e del futuro > ( E. Fromm, 1964). …….< L’esperienza umanistica consiste nella sensazione che niente di ciò che è umano mi è estraneo, che “io sono tu”, che io possa capire un altro perché entrambi abbiamo in comune i medesimi elementi dell’esistenza umana … >. Giuseppe Battaglia In copertina: Lisa Pasuke, Il giovane Dostoewskij

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  • Per la Rubrica ORIZZONTI: Io difendo l’uomo. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

    In questa raccolta Fromm affronta le lacerazioni dell’uomo automatizzato, pone una sfida al sistema alienante della mercificazione delle emozioni, alle spinte necrofile che lo riducono in fantasma di se stesso. Considero questa lettura importante perché affronta le disperate compulsioni competitive e i successi fraudolenti. Questo è uno strumento di critica in cui si dice che non si può essere uomini senza un’ autonomia da sistemi di menzogne deliranti. Prendersi cura di se e degli altri, vuol dire andare controcorrente, contro una mente che imbroglia se stessa, contro ogni forma di dittatura del malessere.  “ Benessere vuol dire essere pienamente correlati all’uomo, alla natura sul piano affettivo, significa superare l’isolamento, l’alienazione per pervenire all’esperienza della comunione con tutto ciò che esiste, e nel contempo, sperimentare se stessi come entità separata come individuo. Benessere significa essere pienamente nati, diventare in atto quello che si è in potenza; significa avere piena disponibilità alla gioia e al dolore ……. “ (p. 99, Psicoanalisi e Buddismo Zen).  E’ possibile rinascere?  Si, una rinascita è sempre possibile tenendo in moto un instancabile spirito critico realistico, sgombro da pregiudizi ottimistici tramite valori umanistici, non predicati ma praticati, questa fu la forza dell’uomo del rinascimento. In “Disobbedienza ed altri saggi” pag.65, citando Goethe, Fromm dice che: “Gli uomini recano in sé, non soltanto la loro individualità, ma anche l’intera umanità con tutte le sue possibilità”.  Dunque parla di un uomo attivo, artefice della propria sorte che sa affrontare il narcotismo  della coscienza che non sospende le vibrazioni dell’attività creativa di cui non si può fare a meno . L’alienazione è la bara delle emozioni, è il regno dell’immobilismo della ragione, questo è l’agguato più grande che si può fare alla vita, è l’eclisse della mente. L’alienazione riduce il soggetto in oggetto senza sogni ne orizzonti.  “Io difendo l’uomo” è una raccolta di scritti trattati al congresso internazionale di psicoanalisi tenuto a Dusseldorf dal 6 all’11 settembre del 1961 dove erano presenti più di 300 psicoanalisti non ortodossi provenienti da tutto il mondo, dalla Svizzera sono intervenuti H. Binswanger e M. Boss, analisti esistenzialisti. Qui Fromm tenne una prolusione sui Fondamenti della psicoanalisi, gli altri scritti sono frutto della registrazione di una conferenza < L’uomo moderno e il suo futuro > tenuta il 9 settembre. La raccolta è edita dai Tascabili Bompiani, pubblicata in Italia nel 2004 a cura del Dott. Rainer Funk, esecutore testamentario dell’opera dello psicoanalista nato e cresciuto in Germania da genitori ebrei. Emigrato negli Stati Uniti d’America per sfuggire alle persecuzioni raziali.  Possiamo dire che questa, come nello stile di Fromm, è una raccolta psicosociale che affronta le dimensioni degli effetti distruttivi dell’autoalienazione.  Per cercare di capire il fenomeno, Fromm pone alla base l’inconscio e dice che:  “L’inconscio abbraccia l’intero spettro delle possibili risposte, e conta molto quali possibilità sono favorite e quali inibite. Fondamentalmente < l’uomo di qualsiasi cultura ha tutte le possibilità: egli è l’uomo arcaico, l’animale predatore, il cannibale, l’idolatra e nel contempo è l’essere capace di ragione, amore e giustizia >. Poiché l’uomo è indispensabilmente un essere sociale, la promozione di una, oppure di un’altra possibilità dipende dal particolare tipo di società nella quale vive  (ambiente). …… “(p. 8) . Come si può constatare siamo in pieno territorio di una concezione interpersonale delle relazioni umane, dove l’ambiente costituisce l’orientamento delle emozioni, delle passioni, delinea la formazione degli orientamenti caratteriali, le teorie della mente. L’ambiente oggi sappiamo, è un costruttore inconsapevole delle vie neurali che impone i sensi di marcia, gli accessi, i divieti d’accesso alla coscienza, alla ragione. Ma come l’ambiente costituisce, l’ambiente de-costituisce, tramite la critica alla storia costituita, mal – costituita. L’uomo come mostra la storia può diventare:  < peccatore e santo, … bambino e adulto, … mentalmente sano o turbato, … uomo del passato e uomo del futuro > ( E. Fromm, 1964). …….< L’esperienza umanistica consiste nella sensazione che niente di ciò che è umano mi è estraneo, che “io sono tu”, che io possa capire un altro perché entrambi abbiamo in comune i medesimi elementi dell’esistenza umana … >.  L’uomo può dunque, prendere coscienza delle sue possibilità se non disgiunge Homo faber da Homo ludens perché nel fare e nel giocare è sempre compresa la creatività che traghetta l’essere dentro la bellezza, dove si da la coscienza dell’essere, capace di schiudere altre possibilità. Vivere è fare l’esperienza della produttività attraverso un umanesimo razionale imperniato su produttività, biofilia. Obiettivo della vita è liberare energie affettive capaci di coniugare faber e ludens, di schiudere possibilità indipendenti da qualsiasi idolatria a partire dalla propria patologia e da un narcisistico Sé che chiede sottomissione e allo stesso tempo di sottomettersi a idoli superiori. L’uomo può conseguire un adeguato sviluppo quando abbandona l’illusione del paradiso, che simbolicamente vuol dire staccarsi dall’utero materno e tagliare l’invisibile simbiotico cordone ombelicale. Quest’operazione, come quella raccontata dal biblico mito, è anche la strada che porta all’inferno, ma  è l’unica possibile, può essere percorsa con una sequenza di atti di ribellione contro l’invisibile autorità ai comandi di sottomissione dei persuasori occulti, demoni della coscienza. Per umanizzarsi è necessario saper dire di no, tagliare il cordone della simbiosi, percorrere la strada del proprio inferno, questo è l’atto che inaugura la storia umana, è l’atto che inaugura l’indipendenza individuale. Dire no significa dire che io voglio vivere con me, indipendente da te, indipendente dalla tua minaccia di abbandono, dalla minaccia di essere cancellato dalla tua mente. Il no consapevolmente detto, non come atto ribellistico, elimina la paura, il terrore dell’abbandono e  la conseguente ritorsione distruttiva contro l’altro e quando ciò non è possibile,  la distruttività, come tutti i sentimenti, deve obbligatoriamente trovare una collocazione, viene rivolta contro se stessi, contro la vitalità dell’essere. Dire no è sapersi scagliare contro le promesse di liberazione puntellate dalle menzogne, è andare contro chi è nudo e va in giro pensando di essere vestito di abiti meravigliosi. L’imperatore nudo,  per obbedienza viene visto vestito, i cortigiani esclamano che meraviglia, nessuno nella favola dava ad intendere che non vedeva i vestiti, per paura di essere escluso dalla corte. Un ragazzo disse: Ma il re non ha niente addosso,  la gente scossa dall’affermazione, ammise che il re era nudo ( Hans Christian Andersen).  La fiaba va contro la stupida arroganza del potere, va contro la paura di chi vuole compiacere l’autorità. Solo la coscienza non alienata da se stessa può riconoscere gli abiti che indossa l’imperatore. Per Adolf Eichmann burocrate alienato, non esiste differenza fra sterminio e prendersi cura di bimbi e innocenti, la vita per lui ha smesso di battere, egli compila ossessivamente tabelle di marcia, treni diretti ai campi di sterminio. Per il burocrate alienato, non c’è nessuna differenza fra carbone e persone, la sudditanza diventa il fine fondamentale. Quando gli si chiese come ha potuto fare ciò, rispose sono un burocrate, avevo da eseguire un compito, per me era importante organizzare vagoni, compilare tabelle, rispettare orari e tempi di marcia. La divinizzazione della burocrazia quando diventa comandamento porta l’uomo fuori dalla sua natura, gli da l’illusione di essere onnipotente. Come disse Dostoevskij: ” Morto Dio tutto diventa lecito “. Il demiurgo smette di creare, diventa burocrate della coscienza, diventa  alienato. Che cosa siamo non lo sapremo mai con esattezza, siamo esseri inquieti fatti anche d’insopportabile vuoto che non deve diventare terreno fertile per ogni sorta di alienazione. Giuseppe Battaglia

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  • TRAUMA COMPLESSO E SENSO DI FINITEZZA. OPIFER 24 febbraio 2018

  • Per la Rubrica ORIZZONTI: Passaggio fra le fiamme. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

      Presentiamo alcuni temi centrali sul Pensiero, la Vita e la Narrazione di Dostoevskij, trattati da Giuseppe D’Ambrosio Angelillo nell’opera omnia, composta da 9 consistenti volumi. L’opera monumentale, nasce da un corso serale durato quattro anni, dall’ottobre del 1992 al maggio del 1996. Il testo proposto da Angelillo ha un tono, come Lui stesso dice, discorsivo e uno stile dialogico, per sfuggire alle secche dell’esposizione accademica.  I temi dostoevskijani, sotto esposti, sono presenti un po’ in tutta l’opera, io li ho tratti da l’Uomo del Sottosuolo 3 (a partire da p. 299)  in cui Giuseppe mette in chiaro la concezione della psicologia umana. Dostoevskij nella descrizione dei personaggi, osservati nella realtà, distingue l’uomo di cultura dall’uomo di natura. Dal nostro punto vista, ma forse anche da quello del poeta, non esiste nessuna di queste due condizioni allo stato puro, ma una mescolanza delle due strutture caratteriali che oscillano verso una o l’altra condizione e questo lo decidono i mostri interni come dice Nietzsche. Utilizzando la metafora freudiana, possiamo dire che l’uomo di cultura è l’uomo dell’Io, della ragione che deve lottare con la realtà, mentre quello di natura è l’uomo dell’Es selvaggio che non accetta ragioni e passa immediatamente all’azione. Per  Dostoevskij “chiaroveggente” l’uomo di cultura è l’uomo che pensa, l’altro è quello che agisce emozioni e passioni senza tanto ascoltare la ragione. Qui salta fuori la grande contraddizione nei personaggi dostoevskijani,  dove pensare ed agire sono due poli  che nella mente si attraggono, si respingono e si possono combinare nello sesso istante. Da questa battaglia salta fuori il conflitto esistenziale della natura dell’uomo necessitato a collocare il suo essere nel tempo. D’Ambrosio dando la parola a Kierkegaard dice: “che agire è spezzare il pensiero perché se uno si lascia incarbugliare dalle sue spire non la smette più, si avvita su stesso e pensa sempre. Con un linguaggio psicoanalitico si direbbe che sviluppa un pensiero ossessivo. Allora il filosofo danese (1813 /1855) dice, nello stesso periodo in cui Dostoevskij sta pensando alle contraddizioni che caratterizzano la natura dell’uomo (1821 / 1881), che : “ Per risolvere il problema d’un tratto bisogna smettere di pensare e agire “. Dostoevskij descrive l’uomo suo contemporaneo, ma la struttura delle emozioni e del pensiero è cambiata poco, possiamo dire che quelle contraddizioni non solo sono attuali, ma universali. Il messaggio dice D’Ambrosio è molto chiaro: siamo un po’  tutti uomini del sottosuolo abbandonati a noi stessi, in cui cultura e natura cozzano con la realtà, diventa difficile uscire all’aperto in modo realistico e qui sta il nodo da sciogliere per l’uomo di cultura immerso nelle sue paure. L’uomo è dentro la sua tragedia sul palcoscenico delle tragedie, non ha l’attrezzatura giusta per affrontare il vero nemico perché questo lo abita all’interno e lo terrorizza. D’Ambrosio riprende per un attimo il tema centrale del Sosia, secondo romanzo di Dostoevskij per dire che in questa coscienza c’è una spaccatura che divide l’uomo in due, mentre quello che abita nel sottosuolo è frantumato in centomila spezzoni. Pone l’attenzione su “Uno, Nessuno Centomila” di Pirandello dove i centomila fanno pressione dall’esterno e sono la rappresentazione di ciò che gli altri pensano, per dire che c’è un interno in comunicazione con l’esterno a cui bisogna rendere conto. Per Dostoevskij, la coscienza dell’uomo può essere spaccata in due o frantumata. Gli abitanti del sottosuolo affollano la stessa casa, sono voci che si accavallano che presentano con la stessa urgenza le loro contraddittorie richieste. A questo punto possiamo dire che gli attori, che sono anche maschere, vengono descritti da Dostoevskij, con un certo anticipo rispetto al pensiero psicoanalitico, i due stati psichici tendenti alla  nevrosi o alla psicosi. L’uomo del sottosuolo è quel tipo che spinge la coscienza all’infinito, che è morso perennemente dall’angoscia. La notte non dorme o dorme poco, il disagio interno in certi momenti diventa forte, non sa se uscirne e come uscirne, la morte diventa un dilemma permanente. Sceglie di vivere perché ha imparato a trasformare il doloroso dilemma in creatività e in questo atto, ritrova la parte mancante della sua nascita, mentre scrive il suo racconto ritrova parti della bellezza del suo Io. La vita disperata, dice Angelillo, continua nella ricerca dell’episodio che farà nascere l’anima : “ Sappiamo benissimo cos’è questa storia. E’ la storia d’amore, che ognuno di noi cerca disperatamente ……… . Senza quella storia la coscienza si perde nel suo caos, quindi siamo tutti uomini del sottosuolo. Per Angelillo che sposa l’orientamento del poeta russo, la coscienza consapevole è quella dell’uomo di cultura perché quella dell’uomo di natura si comporta cosi come gli viene, per istinto. “ L’ uomo di natura ha un vizio, quando arriva di fronte all’impossibilità si ferma, non riesce ad andare oltre perché riconosce l’impossibilità come fatto di natura, come Fato, come Destino, e quindi non può battersi contro qualcosa che è già in lui stesso. Dico io questo è l’uomo in fuga. L’uomo di natura si sente egli stesso una forza inserita nell’universo globale della natura stessa. …… è un uomo che replica senza nessun tergiversare, replica e non si pone il problema che può recare danno a un altro uomo, non si pone problemi di umanità ….. l’uomo di cultura si fa una caterva di problemi e poi alla fine finisce col non agire e quando agisce non riesce mai soddisfacente neanche per se stesso”. Dostoevskij vede la società come mercato delle coscienze e ne individua le cause nel potere e nel denaro, vede la società come amplificatore di patologia, con le parole usate come sferza dice: “ Avere coscienza è una malattia, avere coscienza è un male, perché uno sa che è un ripudiato da sé. Sa che è un venduto, un prezzolato.” Ma allo stesso tempo nella coscienza c’è qualcosa che si ribella, però l’uomo di cultura non ha il coraggio di ribellarsi fino in fondo e allora si lascia trascinare dal fango ma allo stesso tempo si presuppone come superatore del fango stesso (p.304). La contraddizione colta da Dostoevskij fra uomo che pensa e uomo che agisce, che poi è la sua, mi fa pensare a Gorgia da Lentini (485 / 375 a.C. circa) il cui messaggio  più di 2000 anni fa sembra essere l’agnosticismo, lo scetticismo metafisico, cioè l’impotenza umana a parlare dell’essere. Gorgia presenta una concezione tragica del reale, ritiene l’esistenza qualcosa di irrazionale e misterioso. Per questo filosofo, le azioni dell’uomo non sono rette dalla logica e dalla verità, ma dalle circostanze, dalla menzogna, dalle passioni o da un ignoto destino, il quale fa sì che gli individui si rivelino, “determinati” e “incolpevoli”, essendo permanentemente in preda a qualcosa che li supera e li tiene in pugno. Elena, creatura della cultura, agisce e spezza il pensiero non si lascia incarbugliare dalle sue spire, non si avvita su stessa, agisce e scappa con Paride. Nell’encomio di Gorgia risulta “senza colpa”, poiché la sua volontà è stata soggiogata da forze sconosciute, quelle che il poeta russo attribuisce all’uomo di natura, dunque, alla psiche più profonda. Agelillo ci dice che per Dostoevskij bisogna andare oltre l’uomo di natura e di cultura, di andare dentro il caos, in fondo al dissolvimento e viverlo realmente senza nascondere la disgregazione. Se ipocritamente si nasconde la coscienza disgregata, la disgregazione non si supera mai, non si prenderà mai coscienza. Anche nell’inferno si può trovare un sorriso che a Dostoevskij gli arrivava dall’ironia che lui faceva su se stesso, Angelillo dice:” che con quel sorriso sguscia via dalla coscienza disgregata e come dire si salva da quel mondo che va a pezzi, che si dilegua, lui, Dostoevskij con la sua ironia, non va a pezzi, ne come artista ne come uomo” e scrive la storia che vive. Dunque con l’ironia si può percorrere il caos, con il sorriso, come atto di coscienza si possono congiungere le due nature di cui parla  il poeta russo, fino ad incontrare quella storia d’amore, che ognuno di noi cerca disperatamente. Disturbando il sonno di Nietzsche possiamo dire che storia d’amore può essere l’incontro con quella  nuova umanità in cui il divino non è esteriorizzato in divinità ma è interiorizzato nell’azione di chi incontra sé stesso incontrando il mondo. Quelle di Dostoevskij non sono risposte per entrare nel paradiso, ma possono essere strade non asfaltate per attraversare le fiamme del sottosuolo. Giuseppe Battaglia

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  • Per la Rubrica ORIZZONTI: L’ Amore può Durare? Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

    Questo per Mitchell non è un interrogavo per nulla retorico, vuole essere un invito forte a riflettere sugli aspetti più profondi dell’esperienza umana, che deve entrare nella relazione come veicolatore dei fattori curativi. Questo importante lavoro, edito in Italia da Raffaello Cortina, collana di psicologia clinica e psicoterapia, diretta da Franco Del Corno è uscito nel 2003. Il saggio viene presentato magnificamente dalla Moglie Margaret Black. Chi si interessa di psicoanalisi sa bene chi è Mitchell, non mi sto dunque a dilungare, ma due parole le voglio dire, giusto per mostrare velocemente di che pasta era fatto quest’uomo, instancabile ricercatore teorico – clinico. La moglie lo descrive come rigoroso, onesto intellettualmente, affascinato dal pensiero umano, non importa a quale disciplina appartenesse, amava le idee con le quali giocava portandole alle estreme conseguenze, amava soprattutto condividerle. Considerava i pensieri degli altri dei doni, in libreria diventava come un bambino che girava in un negozio di caramelle, “ uscivamo, dice la moglie, sempre con le borse piene di libri di filosofia, di poesia, con l’ultimo romanzo pubblicato, ….  libri di ogni genere, qualche volta sulla psicoanalisi. Mi sembra di capire che a Mitchell piacesse giocare col pensiero, le idee. Margaret nella presentazione parte subito a bruciapelo dicendo che: “ la nostra esperienza quotidiana … resta oscura,  misteriosa, irrisolta, causa d’insoddisfazione.” In una sola vita dobbiamo, dipanare la matassa, sciogliere i nodi delle passioni, generare amore. Margaret pone una batteria di interrogativi, che sicuramente anche noi ci siamo posti: “ che cosa ci fa sentire le nostre relazioni intime appassionate e significative? Questo tipo di passione può durare? Come può sopravvivere alle sfide a cui le sottoponiamo? Queste domande le possiamo prendere come progetto di ricerca in un percorso psicoanalitico a prescindere dai motivi della richiesta. La ricerca su se stessi non può mai essere scissa dagli aspetti culturali dove l’individuo si evolve, stili di vita e modelli sociali sono condizioni esterne che potenziano o depotenziano fattori interni, cioè aspetti del nostro carattere. Da diversi decenni sé andata affermando l’idea che la scienza positivistica avrebbe generato salvezza. Il teorema di fede sulla scienza, che esclude l’amore, ha buttato un’ombra scura sulla sensibilità dell’uomo e sulla necessità biologica di amare ed essere amati. Concetti dominanti oggi sono: consumo, sostituzione, rottamazione, che fanno parlare il filosofo Zygmunt Bauman di amore liquido generato da solitudine relazionale riversata sulla sfera sentimentale, da qualche altra parte il filosofo dice che basta scambiarsi i segni zodiacali per confondere l’amore con la voglia di consumo. Già Erich Fromm, “ nell’arte di amare “ 1956, il Saggiatore Milano, 1963, ci dice che: in una civiltà in cui prevalgono gli orientamenti commerciali e in cui il successo materiale è il valore predominante, c’è poco da sorprendersi se i rapporti d’amore seguono il modello dello << scambio >>. Fromm sostiene come già il titolo dell’opera indica che l’amore è arte, così come la vita è arte, allora se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere come se volessimo imparare qualsiasi arte, la musica, la pittura, la poesia. Forse qui sta la risposta alla domanda, nonostante la ricerca disperata d’amore, l’opera d’arte non si compie perché viene prima, il successo, il prestigio, il denaro, il potere su cui viene riversata la nostra energia. Pensate a quanta gente preferisce il luogo di lavoro alla casa dove ci sono moglie figli diventati solo beghe, a quante coppie scoppiano durante i periodi delle vacanze. Fromm precursore, riflette sul concetto d’amore in tutte le sue opere. Critica Freud che considera l’uomo una macchina guidata dalla libido, regolata dal principio di piacere col compito di mantenere l’eccitazione ad un livello minimo. Freud ha in testa un uomo egoista per natura, i rapporti con gli altri li fonda soltanto sulla necessità delle soddisfazioni delle esigenze degli istinti. Riduce il piacere a solo ristoro della tensione, non considera l’esperienza della gioia, del godimento come fattori distinti dalla scarica della tensione…… . L’amore fraterno era un’aspirazione irragionevole, contraria alla realtà. Nel 1964 Fromm pubblica a New York “ Psicoanalisi dell’Amore”, apparso in Italia, nel 1971, da Newton Compton, dove il movente è sempre l’amore, può essere considerato il seguito dell’Arte di Amare, qui porta avanti la domanda: come può essere possibile creare un umanesimo a fronte di un industrialismo burocratico che regola la nostra vita, critica la cultura massificante che crea una nuova tipologia di uomo orientato verso l’esterno che ama gli aggeggi meccanici più degli esseri viventi. Tutto ciò genera insicurezza, una catena, che induce alla regressione, alla frustrazione, all’aggressività, al bisogno di autoritarismo sino all’insorgere delle dittature, “ alla fuga della libertà”. Fromm, in questo lavoro, intercetta due categorie esistenziali, gli amanti della vita, gli amanti della morte, i primi, biofili, disposti alla crescita alla creazione, i secondi al declino della vita, necrofili votati alla putrefazione, becchini dell’amore. Le due opere di E. Fromm, sopra citate, restano ancora molto attuali, più avanti in questa rubrica me ne occuperò più approfonditamente. Sebbene la razionalità e l’oggettività siano cose buone, queste non possono essere l’unica strada per occuparsi dei fatti umani, per Fromm, per Mitchell e una schiera sempre più di psicoanalisti umanisti, l’amore è un fattore ineliminabile su cui ogni istante ci dobbiamo fare i conti, la neutralità è dunque impossibile perché in assenza d’amore, tutti i percorsi di vita diventano odiosi, si sviluppa un inaridimento del terreno affettivo, una desertificazione di tutte le relazioni, come ultima soluzione un desiderio di morte. L’amore è sogno, è sognare la vita sotto il segno della creatività, certo quest’espressione poetica dell’esistenza, non poteva essere elaborata da Freud e dagli psicoanalisti seguaci dell’ortodossia, perché quando questi si trovano di fronte a cose che non capivano, lo riducono a qualche precursore infantile, Così, dice Mitchell, il pericolo, l’illecito, ciò che supera i confini, il desiderio di avventura – tutti questi fenomeni sono stati spiegati come ri – creazioni di desideri edipici infantili proibiti(p. 20). Come possiamo vedere il concetto d’amore che potrebbe essere usato come chiave per aprire interrogativi umani non viene utilizzato. Mi permetto di dire, per concludere che, riconoscere quello che si è, è la capacità fondante di essere uomini, ciò crea coscienza alla condizione dell’essere, che non si fa senza essere con, ciò è possibile tramite l’amore creatore del riscatto dalla condizione di essere anche animale con un destino già disegnato biologicamente. Giuseppe Battaglia

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Per la Rubrica ORIZZONTI: Il sognatore. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

Questo è il volume primo dell’opera omnia su Dostoevskij, del poeta, filosofo, critico letterario, Giuseppe D’Ambrosio Angelillo, opera totalmente autoprodotta  edita dalla sua piccola casa editrice Acquaviva. Questo solo volume è una raccolta di oltre 400 pagine, dedicato al padre e alla madre con bene infinito. L’opera è suddivisa in undici parti, “Giobbe nella spazzatura/ Dostoevskij/ Povera gente/ Il Sosia/ Il signor Proharchin/ La Padrona/Cuore debole/Le notti bianche/Davanti al patibolo/Il ladro onesto/ Netocka. D’Ambrosio si propone un piano ambizioso, scovare ciò che in Italia e forse neanche in Russia è mai stato fatto, stanare la visione del mondo, la filosofia del poeta russo. Dostoevskij dice D’Ambrosio, entrando nel tumulto dell’anima era il massimo dell’umiltà, nella sua vita si è sentito sempre discepolo. Il suo segreto era quello di imparare da tutti, dal mendicante, dal diseredato, dalla povera gente, questi furono i protagonisti dei suoi racconti. Dalla loro vita imparava ciò che gli serviva per capire il dramma dell’uomo, il suo dramma, non è un sistema di pensiero sviluppato a tavolino, ma una filosofia che salta fuori dalla vita. Dostoevskij scriveva a Pietroburgo, a Mosca, incatenato in Siberia, anche a quaranta gradi sottozero, scriveva con la consapevolezza che noi non sappiamo cosa vogliamo da noi stessi, nascosti agli altri, restiamo per sempre esseri incompiuti. D’Ambrosio dice : “ …… siamo enigmi a noi stessi: possiamo diventare per gli altri delle Sfingi, delle maschere assolutamente incomprensibili, perché siamo calati nelle tenebre del nostro presente e non riusciamo ad illuminare quello che siamo nella nostra spiritualità, ….. nel nostro stare al mondo, cioè di quello che stiamo facendo e progettando. Su questo si fonda il mistero dell’esistenza umana”. Poi, in linea con lo scrittore russo dice che, qualcosa comunque possiamo capire, perché siamo i custodi dei nostri segreti, la chiave sta dentro di noi. Giuseppe non è uno psicoanalista brevettato e sentite come continua: “il segreto è l’incontro con noi stessi”, “l’uomo è fatto di miseria e ipocrisia”, dico io, questo è il falso essere, il luogo sconosciuto dove andare a cercare le contraddizioni, le rotture dell’esistenza. Stiamo parlando del teatro dell’inconscio dove le maschere danzano folli tragedie intorno ad un corpo che brucia come una torcia, prigioniero dentro la scorza. Theodor Reik parla di terzo orecchio per ascoltare se stessi e gli altri, ma dove si deve rivolgere questo sensibile organo? Il filosofo di Acquaviva ci dice che i segreti d’ascoltare sono dentro di noi e che noi abbiamo la chiave per aprire porte dell’ignoto. La chiave rovente che fu l’inferno di Dostoevskij che per missione decise d’essere scrittore con l’intento di mettere in scena i controsensi, i fantasmi che in ogni istante si muovono dentro le tenebre e pongono pressanti domande su come concludere il misero giorno.  Domande sull’assoluto, sull’infinito ritorno dove vita e morte sono incluse e si alternano sempre, è il ritorno anche del gioco dell’esistenza, dove è racchiuso il mysterium tremendum et fascinans che in ogni istante sconcerta l’anima, la ragione, forse per questo lo scrittore fu anche giocatore.  … Dostoevskij racconta storie di persone del suo tempo, ma la sua grandezza consiste nell’aver saputo cogliere e rappresentare la contraddittoria spiritualità dell’uomo di sempre, perciò resta attuale. Dice D’Ambrosio, è difficile afferrare e interpretare Dostoevskij e chi tenta di farlo prende cantonate, riporta l’esempio di Sigmund Freud che interpretò i Fratelli Karamazov come complesso di colpa che Fjodor aveva verso il padre, quindi come una segreta intenzione di parricidio, il poeta pugliese dice che Freud “spiega se stesso, le proprie convinzioni e le proprie teorie, ma non spiega assolutamente Dostoevskij”. Dostoevskij ammonisce coloro che salgono in cattedra, quelli che si ritengono degni, raccomanda di non farsi grandi, di non puntare il dito contro gli altri, allora: “… tu devi misurare non la loro indegnità, ma la loro infelicità. Cogliendo l’infelicità, tu non potrai giudicarli, potrai avere soltanto compassione di loro e quindi non potrai fare altro che cercare il loro bene, perché ciò che gli uomini desiderano è sempre più puro di ciò che manifestano”. In questo passaggio possiamo vedere come la speranza in Dostoevskij si fa colonna portate per se e per le persone che lo circondano che poi sono i personaggi dei suoi romanzi. L’indagine per la costruzione delle storie, per la rappresentazione dell’anima dei dannati, parte sempre con degli interrogativi: “ Perché offendono? Perché ammazzano? Perché sono malvagi? Perché sono cattivi? Gli interrogativi sono utili e funzionali perché permettono di andare ad afferrare dove il fuggiasco scappa per paura, di andare dentro la stanza del magma, sede delle più intime ribollenti motivazioni, quelle indicibili agli altri e a se stessi. Dostoevskij dice sono così, parlando anche di se, “perché non c’è nessuno che li ama”.  L’uomo vive una scissione, un distacco da se, dall’altro e dalla natura, è alienato, separato da quello che pensa da quello che sente, in questa terribile condizione è difficile sapere anche che cosa è amore, dunque non sa neanche cosa chiedere, cosa cercare. Per Dostoevskij il bosco d’attraversare è quello di un umanesimo totale che toglie dal volto il velo alla dea natura l’enigma, che non si mostra da cui sorge il mistero, il tremendo il fascino anche dannato dell’esistenza. Dostoevskij è vicino al “Discepolo di Sais” la favola di Novalis, dove Giacinto cerca la dea che dopo un lungo cammino la trova in un luogo fatato, ma prima di entrare si addormenta perché per entrare in quel sacrario, dice Novalis, bisogna sognare. Questo è il sogno dell’artista, del poeta che alberga nell’uomo, in ogni singolo uomo. Giacinto entra, dopo un lungo percorso, nel sacrario e vede la dea col volto velato, si avvicina col cuore palpitante, alza il velo e vede Fiordirosa, la sua amata e nelle pupille vede riflesso se stesso. L’utopia di Dostoevskij, dice D’Ambrosio è quella possibilità che l’uomo ha d’incontrare se stesso attraversando il terreno dell’amore, non c’è altra via per il raggiungimento della sapienza. In un suo romanzo il poeta russo dice : “ Chi ama sa tutto, non ha bisogno d’imparare più alcunché, perché li c’è l’intera filosofia di tutta la storia del genere umano!”. Il critico letterario Lukacs in “Teoria del romanzo” dice che il narratore russo diversamente dagli altri grandi romanzieri che parlano del passato, in Dostoevskij c’è il presente e una grande dimensione del futuro. L’uomo dice E. Fromm, può diventare:  < peccatore e santo, … bambino e adulto, … mentalmente sano o turbato, … uomo del passato e del futuro > ( E. Fromm, 1964). …….< L’esperienza umanistica consiste nella sensazione che niente di ciò che è umano mi è estraneo, che “io sono tu”, che io possa capire un altro perché entrambi abbiamo in comune i medesimi elementi dell’esistenza umana … >. Giuseppe Battaglia In copertina: Lisa Pasuke, Il giovane Dostoewskij

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Per la Rubrica ORIZZONTI: Io difendo l’uomo. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

In questa raccolta Fromm affronta le lacerazioni dell’uomo automatizzato, pone una sfida al sistema alienante della mercificazione delle emozioni, alle spinte necrofile che lo riducono in fantasma di se stesso. Considero questa lettura importante perché affronta le disperate compulsioni competitive e i successi fraudolenti. Questo è uno strumento di critica in cui si dice che non si può essere uomini senza un’ autonomia da sistemi di menzogne deliranti. Prendersi cura di se e degli altri, vuol dire andare controcorrente, contro una mente che imbroglia se stessa, contro ogni forma di dittatura del malessere.  “ Benessere vuol dire essere pienamente correlati all’uomo, alla natura sul piano affettivo, significa superare l’isolamento, l’alienazione per pervenire all’esperienza della comunione con tutto ciò che esiste, e nel contempo, sperimentare se stessi come entità separata come individuo. Benessere significa essere pienamente nati, diventare in atto quello che si è in potenza; significa avere piena disponibilità alla gioia e al dolore ……. “ (p. 99, Psicoanalisi e Buddismo Zen).  E’ possibile rinascere?  Si, una rinascita è sempre possibile tenendo in moto un instancabile spirito critico realistico, sgombro da pregiudizi ottimistici tramite valori umanistici, non predicati ma praticati, questa fu la forza dell’uomo del rinascimento. In “Disobbedienza ed altri saggi” pag.65, citando Goethe, Fromm dice che: “Gli uomini recano in sé, non soltanto la loro individualità, ma anche l’intera umanità con tutte le sue possibilità”.  Dunque parla di un uomo attivo, artefice della propria sorte che sa affrontare il narcotismo  della coscienza che non sospende le vibrazioni dell’attività creativa di cui non si può fare a meno . L’alienazione è la bara delle emozioni, è il regno dell’immobilismo della ragione, questo è l’agguato più grande che si può fare alla vita, è l’eclisse della mente. L’alienazione riduce il soggetto in oggetto senza sogni ne orizzonti.  “Io difendo l’uomo” è una raccolta di scritti trattati al congresso internazionale di psicoanalisi tenuto a Dusseldorf dal 6 all’11 settembre del 1961 dove erano presenti più di 300 psicoanalisti non ortodossi provenienti da tutto il mondo, dalla Svizzera sono intervenuti H. Binswanger e M. Boss, analisti esistenzialisti. Qui Fromm tenne una prolusione sui Fondamenti della psicoanalisi, gli altri scritti sono frutto della registrazione di una conferenza < L’uomo moderno e il suo futuro > tenuta il 9 settembre. La raccolta è edita dai Tascabili Bompiani, pubblicata in Italia nel 2004 a cura del Dott. Rainer Funk, esecutore testamentario dell’opera dello psicoanalista nato e cresciuto in Germania da genitori ebrei. Emigrato negli Stati Uniti d’America per sfuggire alle persecuzioni raziali.  Possiamo dire che questa, come nello stile di Fromm, è una raccolta psicosociale che affronta le dimensioni degli effetti distruttivi dell’autoalienazione.  Per cercare di capire il fenomeno, Fromm pone alla base l’inconscio e dice che:  “L’inconscio abbraccia l’intero spettro delle possibili risposte, e conta molto quali possibilità sono favorite e quali inibite. Fondamentalmente < l’uomo di qualsiasi cultura ha tutte le possibilità: egli è l’uomo arcaico, l’animale predatore, il cannibale, l’idolatra e nel contempo è l’essere capace di ragione, amore e giustizia >. Poiché l’uomo è indispensabilmente un essere sociale, la promozione di una, oppure di un’altra possibilità dipende dal particolare tipo di società nella quale vive  (ambiente). …… “(p. 8) . Come si può constatare siamo in pieno territorio di una concezione interpersonale delle relazioni umane, dove l’ambiente costituisce l’orientamento delle emozioni, delle passioni, delinea la formazione degli orientamenti caratteriali, le teorie della mente. L’ambiente oggi sappiamo, è un costruttore inconsapevole delle vie neurali che impone i sensi di marcia, gli accessi, i divieti d’accesso alla coscienza, alla ragione. Ma come l’ambiente costituisce, l’ambiente de-costituisce, tramite la critica alla storia costituita, mal – costituita. L’uomo come mostra la storia può diventare:  < peccatore e santo, … bambino e adulto, … mentalmente sano o turbato, … uomo del passato e uomo del futuro > ( E. Fromm, 1964). …….< L’esperienza umanistica consiste nella sensazione che niente di ciò che è umano mi è estraneo, che “io sono tu”, che io possa capire un altro perché entrambi abbiamo in comune i medesimi elementi dell’esistenza umana … >.  L’uomo può dunque, prendere coscienza delle sue possibilità se non disgiunge Homo faber da Homo ludens perché nel fare e nel giocare è sempre compresa la creatività che traghetta l’essere dentro la bellezza, dove si da la coscienza dell’essere, capace di schiudere altre possibilità. Vivere è fare l’esperienza della produttività attraverso un umanesimo razionale imperniato su produttività, biofilia. Obiettivo della vita è liberare energie affettive capaci di coniugare faber e ludens, di schiudere possibilità indipendenti da qualsiasi idolatria a partire dalla propria patologia e da un narcisistico Sé che chiede sottomissione e allo stesso tempo di sottomettersi a idoli superiori. L’uomo può conseguire un adeguato sviluppo quando abbandona l’illusione del paradiso, che simbolicamente vuol dire staccarsi dall’utero materno e tagliare l’invisibile simbiotico cordone ombelicale. Quest’operazione, come quella raccontata dal biblico mito, è anche la strada che porta all’inferno, ma  è l’unica possibile, può essere percorsa con una sequenza di atti di ribellione contro l’invisibile autorità ai comandi di sottomissione dei persuasori occulti, demoni della coscienza. Per umanizzarsi è necessario saper dire di no, tagliare il cordone della simbiosi, percorrere la strada del proprio inferno, questo è l’atto che inaugura la storia umana, è l’atto che inaugura l’indipendenza individuale. Dire no significa dire che io voglio vivere con me, indipendente da te, indipendente dalla tua minaccia di abbandono, dalla minaccia di essere cancellato dalla tua mente. Il no consapevolmente detto, non come atto ribellistico, elimina la paura, il terrore dell’abbandono e  la conseguente ritorsione distruttiva contro l’altro e quando ciò non è possibile,  la distruttività, come tutti i sentimenti, deve obbligatoriamente trovare una collocazione, viene rivolta contro se stessi, contro la vitalità dell’essere. Dire no è sapersi scagliare contro le promesse di liberazione puntellate dalle menzogne, è andare contro chi è nudo e va in giro pensando di essere vestito di abiti meravigliosi. L’imperatore nudo,  per obbedienza viene visto vestito, i cortigiani esclamano che meraviglia, nessuno nella favola dava ad intendere che non vedeva i vestiti, per paura di essere escluso dalla corte. Un ragazzo disse: Ma il re non ha niente addosso,  la gente scossa dall’affermazione, ammise che il re era nudo ( Hans Christian Andersen).  La fiaba va contro la stupida arroganza del potere, va contro la paura di chi vuole compiacere l’autorità. Solo la coscienza non alienata da se stessa può riconoscere gli abiti che indossa l’imperatore. Per Adolf Eichmann burocrate alienato, non esiste differenza fra sterminio e prendersi cura di bimbi e innocenti, la vita per lui ha smesso di battere, egli compila ossessivamente tabelle di marcia, treni diretti ai campi di sterminio. Per il burocrate alienato, non c’è nessuna differenza fra carbone e persone, la sudditanza diventa il fine fondamentale. Quando gli si chiese come ha potuto fare ciò, rispose sono un burocrate, avevo da eseguire un compito, per me era importante organizzare vagoni, compilare tabelle, rispettare orari e tempi di marcia. La divinizzazione della burocrazia quando diventa comandamento porta l’uomo fuori dalla sua natura, gli da l’illusione di essere onnipotente. Come disse Dostoevskij: ” Morto Dio tutto diventa lecito “. Il demiurgo smette di creare, diventa burocrate della coscienza, diventa  alienato. Che cosa siamo non lo sapremo mai con esattezza, siamo esseri inquieti fatti anche d’insopportabile vuoto che non deve diventare terreno fertile per ogni sorta di alienazione. Giuseppe Battaglia

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Per la Rubrica ORIZZONTI: Passaggio fra le fiamme. Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

  Presentiamo alcuni temi centrali sul Pensiero, la Vita e la Narrazione di Dostoevskij, trattati da Giuseppe D’Ambrosio Angelillo nell’opera omnia, composta da 9 consistenti volumi. L’opera monumentale, nasce da un corso serale durato quattro anni, dall’ottobre del 1992 al maggio del 1996. Il testo proposto da Angelillo ha un tono, come Lui stesso dice, discorsivo e uno stile dialogico, per sfuggire alle secche dell’esposizione accademica.  I temi dostoevskijani, sotto esposti, sono presenti un po’ in tutta l’opera, io li ho tratti da l’Uomo del Sottosuolo 3 (a partire da p. 299)  in cui Giuseppe mette in chiaro la concezione della psicologia umana. Dostoevskij nella descrizione dei personaggi, osservati nella realtà, distingue l’uomo di cultura dall’uomo di natura. Dal nostro punto vista, ma forse anche da quello del poeta, non esiste nessuna di queste due condizioni allo stato puro, ma una mescolanza delle due strutture caratteriali che oscillano verso una o l’altra condizione e questo lo decidono i mostri interni come dice Nietzsche. Utilizzando la metafora freudiana, possiamo dire che l’uomo di cultura è l’uomo dell’Io, della ragione che deve lottare con la realtà, mentre quello di natura è l’uomo dell’Es selvaggio che non accetta ragioni e passa immediatamente all’azione. Per  Dostoevskij “chiaroveggente” l’uomo di cultura è l’uomo che pensa, l’altro è quello che agisce emozioni e passioni senza tanto ascoltare la ragione. Qui salta fuori la grande contraddizione nei personaggi dostoevskijani,  dove pensare ed agire sono due poli  che nella mente si attraggono, si respingono e si possono combinare nello sesso istante. Da questa battaglia salta fuori il conflitto esistenziale della natura dell’uomo necessitato a collocare il suo essere nel tempo. D’Ambrosio dando la parola a Kierkegaard dice: “che agire è spezzare il pensiero perché se uno si lascia incarbugliare dalle sue spire non la smette più, si avvita su stesso e pensa sempre. Con un linguaggio psicoanalitico si direbbe che sviluppa un pensiero ossessivo. Allora il filosofo danese (1813 /1855) dice, nello stesso periodo in cui Dostoevskij sta pensando alle contraddizioni che caratterizzano la natura dell’uomo (1821 / 1881), che : “ Per risolvere il problema d’un tratto bisogna smettere di pensare e agire “. Dostoevskij descrive l’uomo suo contemporaneo, ma la struttura delle emozioni e del pensiero è cambiata poco, possiamo dire che quelle contraddizioni non solo sono attuali, ma universali. Il messaggio dice D’Ambrosio è molto chiaro: siamo un po’  tutti uomini del sottosuolo abbandonati a noi stessi, in cui cultura e natura cozzano con la realtà, diventa difficile uscire all’aperto in modo realistico e qui sta il nodo da sciogliere per l’uomo di cultura immerso nelle sue paure. L’uomo è dentro la sua tragedia sul palcoscenico delle tragedie, non ha l’attrezzatura giusta per affrontare il vero nemico perché questo lo abita all’interno e lo terrorizza. D’Ambrosio riprende per un attimo il tema centrale del Sosia, secondo romanzo di Dostoevskij per dire che in questa coscienza c’è una spaccatura che divide l’uomo in due, mentre quello che abita nel sottosuolo è frantumato in centomila spezzoni. Pone l’attenzione su “Uno, Nessuno Centomila” di Pirandello dove i centomila fanno pressione dall’esterno e sono la rappresentazione di ciò che gli altri pensano, per dire che c’è un interno in comunicazione con l’esterno a cui bisogna rendere conto. Per Dostoevskij, la coscienza dell’uomo può essere spaccata in due o frantumata. Gli abitanti del sottosuolo affollano la stessa casa, sono voci che si accavallano che presentano con la stessa urgenza le loro contraddittorie richieste. A questo punto possiamo dire che gli attori, che sono anche maschere, vengono descritti da Dostoevskij, con un certo anticipo rispetto al pensiero psicoanalitico, i due stati psichici tendenti alla  nevrosi o alla psicosi. L’uomo del sottosuolo è quel tipo che spinge la coscienza all’infinito, che è morso perennemente dall’angoscia. La notte non dorme o dorme poco, il disagio interno in certi momenti diventa forte, non sa se uscirne e come uscirne, la morte diventa un dilemma permanente. Sceglie di vivere perché ha imparato a trasformare il doloroso dilemma in creatività e in questo atto, ritrova la parte mancante della sua nascita, mentre scrive il suo racconto ritrova parti della bellezza del suo Io. La vita disperata, dice Angelillo, continua nella ricerca dell’episodio che farà nascere l’anima : “ Sappiamo benissimo cos’è questa storia. E’ la storia d’amore, che ognuno di noi cerca disperatamente ……… . Senza quella storia la coscienza si perde nel suo caos, quindi siamo tutti uomini del sottosuolo. Per Angelillo che sposa l’orientamento del poeta russo, la coscienza consapevole è quella dell’uomo di cultura perché quella dell’uomo di natura si comporta cosi come gli viene, per istinto. “ L’ uomo di natura ha un vizio, quando arriva di fronte all’impossibilità si ferma, non riesce ad andare oltre perché riconosce l’impossibilità come fatto di natura, come Fato, come Destino, e quindi non può battersi contro qualcosa che è già in lui stesso. Dico io questo è l’uomo in fuga. L’uomo di natura si sente egli stesso una forza inserita nell’universo globale della natura stessa. …… è un uomo che replica senza nessun tergiversare, replica e non si pone il problema che può recare danno a un altro uomo, non si pone problemi di umanità ….. l’uomo di cultura si fa una caterva di problemi e poi alla fine finisce col non agire e quando agisce non riesce mai soddisfacente neanche per se stesso”. Dostoevskij vede la società come mercato delle coscienze e ne individua le cause nel potere e nel denaro, vede la società come amplificatore di patologia, con le parole usate come sferza dice: “ Avere coscienza è una malattia, avere coscienza è un male, perché uno sa che è un ripudiato da sé. Sa che è un venduto, un prezzolato.” Ma allo stesso tempo nella coscienza c’è qualcosa che si ribella, però l’uomo di cultura non ha il coraggio di ribellarsi fino in fondo e allora si lascia trascinare dal fango ma allo stesso tempo si presuppone come superatore del fango stesso (p.304). La contraddizione colta da Dostoevskij fra uomo che pensa e uomo che agisce, che poi è la sua, mi fa pensare a Gorgia da Lentini (485 / 375 a.C. circa) il cui messaggio  più di 2000 anni fa sembra essere l’agnosticismo, lo scetticismo metafisico, cioè l’impotenza umana a parlare dell’essere. Gorgia presenta una concezione tragica del reale, ritiene l’esistenza qualcosa di irrazionale e misterioso. Per questo filosofo, le azioni dell’uomo non sono rette dalla logica e dalla verità, ma dalle circostanze, dalla menzogna, dalle passioni o da un ignoto destino, il quale fa sì che gli individui si rivelino, “determinati” e “incolpevoli”, essendo permanentemente in preda a qualcosa che li supera e li tiene in pugno. Elena, creatura della cultura, agisce e spezza il pensiero non si lascia incarbugliare dalle sue spire, non si avvita su stessa, agisce e scappa con Paride. Nell’encomio di Gorgia risulta “senza colpa”, poiché la sua volontà è stata soggiogata da forze sconosciute, quelle che il poeta russo attribuisce all’uomo di natura, dunque, alla psiche più profonda. Agelillo ci dice che per Dostoevskij bisogna andare oltre l’uomo di natura e di cultura, di andare dentro il caos, in fondo al dissolvimento e viverlo realmente senza nascondere la disgregazione. Se ipocritamente si nasconde la coscienza disgregata, la disgregazione non si supera mai, non si prenderà mai coscienza. Anche nell’inferno si può trovare un sorriso che a Dostoevskij gli arrivava dall’ironia che lui faceva su se stesso, Angelillo dice:” che con quel sorriso sguscia via dalla coscienza disgregata e come dire si salva da quel mondo che va a pezzi, che si dilegua, lui, Dostoevskij con la sua ironia, non va a pezzi, ne come artista ne come uomo” e scrive la storia che vive. Dunque con l’ironia si può percorrere il caos, con il sorriso, come atto di coscienza si possono congiungere le due nature di cui parla  il poeta russo, fino ad incontrare quella storia d’amore, che ognuno di noi cerca disperatamente. Disturbando il sonno di Nietzsche possiamo dire che storia d’amore può essere l’incontro con quella  nuova umanità in cui il divino non è esteriorizzato in divinità ma è interiorizzato nell’azione di chi incontra sé stesso incontrando il mondo. Quelle di Dostoevskij non sono risposte per entrare nel paradiso, ma possono essere strade non asfaltate per attraversare le fiamme del sottosuolo. Giuseppe Battaglia

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Per la Rubrica ORIZZONTI: L’ Amore può Durare? Temi umanistici a cura di Giuseppe Battaglia. Presentazione di libri e articoli psicoanalitici – letterari, per una ricerca costante, un aggiornamento permanente, ad orientamento interpersonale – relazionale.

Questo per Mitchell non è un interrogavo per nulla retorico, vuole essere un invito forte a riflettere sugli aspetti più profondi dell’esperienza umana, che deve entrare nella relazione come veicolatore dei fattori curativi. Questo importante lavoro, edito in Italia da Raffaello Cortina, collana di psicologia clinica e psicoterapia, diretta da Franco Del Corno è uscito nel 2003. Il saggio viene presentato magnificamente dalla Moglie Margaret Black. Chi si interessa di psicoanalisi sa bene chi è Mitchell, non mi sto dunque a dilungare, ma due parole le voglio dire, giusto per mostrare velocemente di che pasta era fatto quest’uomo, instancabile ricercatore teorico – clinico. La moglie lo descrive come rigoroso, onesto intellettualmente, affascinato dal pensiero umano, non importa a quale disciplina appartenesse, amava le idee con le quali giocava portandole alle estreme conseguenze, amava soprattutto condividerle. Considerava i pensieri degli altri dei doni, in libreria diventava come un bambino che girava in un negozio di caramelle, “ uscivamo, dice la moglie, sempre con le borse piene di libri di filosofia, di poesia, con l’ultimo romanzo pubblicato, ….  libri di ogni genere, qualche volta sulla psicoanalisi. Mi sembra di capire che a Mitchell piacesse giocare col pensiero, le idee. Margaret nella presentazione parte subito a bruciapelo dicendo che: “ la nostra esperienza quotidiana … resta oscura,  misteriosa, irrisolta, causa d’insoddisfazione.” In una sola vita dobbiamo, dipanare la matassa, sciogliere i nodi delle passioni, generare amore. Margaret pone una batteria di interrogativi, che sicuramente anche noi ci siamo posti: “ che cosa ci fa sentire le nostre relazioni intime appassionate e significative? Questo tipo di passione può durare? Come può sopravvivere alle sfide a cui le sottoponiamo? Queste domande le possiamo prendere come progetto di ricerca in un percorso psicoanalitico a prescindere dai motivi della richiesta. La ricerca su se stessi non può mai essere scissa dagli aspetti culturali dove l’individuo si evolve, stili di vita e modelli sociali sono condizioni esterne che potenziano o depotenziano fattori interni, cioè aspetti del nostro carattere. Da diversi decenni sé andata affermando l’idea che la scienza positivistica avrebbe generato salvezza. Il teorema di fede sulla scienza, che esclude l’amore, ha buttato un’ombra scura sulla sensibilità dell’uomo e sulla necessità biologica di amare ed essere amati. Concetti dominanti oggi sono: consumo, sostituzione, rottamazione, che fanno parlare il filosofo Zygmunt Bauman di amore liquido generato da solitudine relazionale riversata sulla sfera sentimentale, da qualche altra parte il filosofo dice che basta scambiarsi i segni zodiacali per confondere l’amore con la voglia di consumo. Già Erich Fromm, “ nell’arte di amare “ 1956, il Saggiatore Milano, 1963, ci dice che: in una civiltà in cui prevalgono gli orientamenti commerciali e in cui il successo materiale è il valore predominante, c’è poco da sorprendersi se i rapporti d’amore seguono il modello dello << scambio >>. Fromm sostiene come già il titolo dell’opera indica che l’amore è arte, così come la vita è arte, allora se vogliamo sapere come amare dobbiamo procedere come se volessimo imparare qualsiasi arte, la musica, la pittura, la poesia. Forse qui sta la risposta alla domanda, nonostante la ricerca disperata d’amore, l’opera d’arte non si compie perché viene prima, il successo, il prestigio, il denaro, il potere su cui viene riversata la nostra energia. Pensate a quanta gente preferisce il luogo di lavoro alla casa dove ci sono moglie figli diventati solo beghe, a quante coppie scoppiano durante i periodi delle vacanze. Fromm precursore, riflette sul concetto d’amore in tutte le sue opere. Critica Freud che considera l’uomo una macchina guidata dalla libido, regolata dal principio di piacere col compito di mantenere l’eccitazione ad un livello minimo. Freud ha in testa un uomo egoista per natura, i rapporti con gli altri li fonda soltanto sulla necessità delle soddisfazioni delle esigenze degli istinti. Riduce il piacere a solo ristoro della tensione, non considera l’esperienza della gioia, del godimento come fattori distinti dalla scarica della tensione…… . L’amore fraterno era un’aspirazione irragionevole, contraria alla realtà. Nel 1964 Fromm pubblica a New York “ Psicoanalisi dell’Amore”, apparso in Italia, nel 1971, da Newton Compton, dove il movente è sempre l’amore, può essere considerato il seguito dell’Arte di Amare, qui porta avanti la domanda: come può essere possibile creare un umanesimo a fronte di un industrialismo burocratico che regola la nostra vita, critica la cultura massificante che crea una nuova tipologia di uomo orientato verso l’esterno che ama gli aggeggi meccanici più degli esseri viventi. Tutto ciò genera insicurezza, una catena, che induce alla regressione, alla frustrazione, all’aggressività, al bisogno di autoritarismo sino all’insorgere delle dittature, “ alla fuga della libertà”. Fromm, in questo lavoro, intercetta due categorie esistenziali, gli amanti della vita, gli amanti della morte, i primi, biofili, disposti alla crescita alla creazione, i secondi al declino della vita, necrofili votati alla putrefazione, becchini dell’amore. Le due opere di E. Fromm, sopra citate, restano ancora molto attuali, più avanti in questa rubrica me ne occuperò più approfonditamente. Sebbene la razionalità e l’oggettività siano cose buone, queste non possono essere l’unica strada per occuparsi dei fatti umani, per Fromm, per Mitchell e una schiera sempre più di psicoanalisti umanisti, l’amore è un fattore ineliminabile su cui ogni istante ci dobbiamo fare i conti, la neutralità è dunque impossibile perché in assenza d’amore, tutti i percorsi di vita diventano odiosi, si sviluppa un inaridimento del terreno affettivo, una desertificazione di tutte le relazioni, come ultima soluzione un desiderio di morte. L’amore è sogno, è sognare la vita sotto il segno della creatività, certo quest’espressione poetica dell’esistenza, non poteva essere elaborata da Freud e dagli psicoanalisti seguaci dell’ortodossia, perché quando questi si trovano di fronte a cose che non capivano, lo riducono a qualche precursore infantile, Così, dice Mitchell, il pericolo, l’illecito, ciò che supera i confini, il desiderio di avventura – tutti questi fenomeni sono stati spiegati come ri – creazioni di desideri edipici infantili proibiti(p. 20). Come possiamo vedere il concetto d’amore che potrebbe essere usato come chiave per aprire interrogativi umani non viene utilizzato. Mi permetto di dire, per concludere che, riconoscere quello che si è, è la capacità fondante di essere uomini, ciò crea coscienza alla condizione dell’essere, che non si fa senza essere con, ciò è possibile tramite l’amore creatore del riscatto dalla condizione di essere anche animale con un destino già disegnato biologicamente. Giuseppe Battaglia

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chi siamo? Istituto Erich Fromm Bologna

L’Istituto Erich Fromm di Psicoanalisi Neofreudiana, con sede in Bologna, via Marconi 16, è una scuola di specializzazione post-universitaria che rende idonei all’esercizio della psicoterapia individuale e/o di gruppo i laureati in medicina e psicologia già iscritti ai rispettivi Ordini Professionali. L’indirizzo teorico e metodologico dell’Istituto è psicoanalitico, riconosciuto in ambito scientifico nazionale (MINISTERO DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA SCIENTIFICA E TECNOLOGICA con decreto ministeriale del 16 novembre 2000, Gazzetta Ufficiale n. 298 del 22 dicembre 2000) ed internazionale (conforme alle norme di training dell’INTERNATIONAL FEDERATION OF PSYCHOANALYTIC SOCIETIES – IFPS, 11 maggio 1994). L’Istituto è stato fondato a Bologna nel 1988 in sintonia con l’originalità di pensiero della tradizione psicoanalitica avviata da Fromm, Sullivan, Thompson e Fromm-Reichmann. Oggi l’aggettivo “neofreudiano”, non comportando più una qualificazione scientifica vera e propria, viene conservato dall’Istituto unicamente per motivi storici. Nel corso della sua storia l’Istituto, pur continuando a mantenere Erich Fromm quale Autore privilegiato, è giunto ad esprimere una psicoanalisi interpersonale/relazionale, centrata cioè sulla relazione umana tra analista e analizzato e caratterizzata da un continuo e costruttivo confronto con tutte le scienze umane. L’Istituto Erich Fromm è membro dell’International Federation of Psychoanalytic Societies (IFPS), dell’Organizzazione di Psicoanalisti Italiani – Federazione e Registro (OPIfer) ed inoltre è associato all’International Erich Fromm Society, a International Karen Horney Society e alla Sandor Ferenczi Society.

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