Attualità della psicologia sociale analitica e caratterologia di Erich Fromm

Approfondimento di Giuseppe Ferrari

 

Dall’epoca di Freud ad oggi abbiamo assistito ad una vera e propria mutazione dei disturbi psichici. Quella che viene definita la “liquidità sociale” ha determinato la trasformazione delle nevrosi e psicosi canoniche.

Nelle cosiddetta normalità e patologia non vi sono strutture solide bensì organizzazioni mobili e fluide, da cui derivano modalità plastiche e reversibili, per cui la “cura” può e deve essere dinamica.

Nuovi sintomi, condizioni cliniche aventi caratteristiche diverse rispetto al passato, tanto da aver sollecitato la formazione di nuove categorie diagnostiche prevalentemente “al limite” o “borderline”.

La patogenesi delle vecchie “nevrosi” era determinata soprattutto dalla “inibizione/negazione”; ora vi è il dominio della “disinibizione/azione” con la eliminazione degli elementi un tempo contenitivi e talora nevrotizzanti e psicotizzanti.

In pratica trattasi della messa in atto dell’agito al posto del simbolizzato; ciò determina la necessità di una revisione della lettura degli accadimenti psichici da un punto di vista dinamico e riguarda non solo il singolo ma la società tutta in quanto l’azione deve essere preliminare attraverso la “relazione terapeutica” e non più l’interpretazione:

L’analista deve, in pratica, agire con il proprio essere nella relazione col paziente.“ L’Organizzazione mondiale della Sanità sta sottolineando da tempo il ruolo che i determinanti sociali giocano sullo stato di salute. Cosa è cambiato negli ultimi venti anni?

Ci si è accorti che i determinanti ambientali e in particolare il contesto sociale hanno una influenza notevole sul benessere della popolazione. Gli studi di epigenetica hanno dimostrato come il patrimonio genetico risenta dell’ambiente e, di conseguenza, si modifichi: si tratta di un’influenza importante, che rende plastici elementi individuali che caratterizzano la salute psico-fisica delle persone.

Ovviamente l’ambiente a cui mi riferisco è inteso in un’accezione molto estesa che va da ciò che succede in fase di gestazione, quindi dai primi minuti di vita, ai vari aspetti che caratterizzano la crescita fino all’età adulta. In questi termini, il luogo di crescita diventa fondamentale, di qui la differenza per chi cresce in aree metropolitane densamente popolate. numerosi studi hanno dimostrato che essere nati e cresciuti in una grande area metropolitana è un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi mentali gravi e persistenti. Allo stesso tempo è anche un fattore che può modificarne il decorso e l’esito.

L’ambiente urbano, pur offrendo molteplici opportunità lavorative, relazionali ed economiche, presenta per i suoi abitanti anche problemi legati alla deprivazione sociale, all’emarginazione, all’isolamento, alla povertà, alla criminalità e quindi determina una percezione di insicurezza.

L’ambiente è definito proprio dalla sua struttura urbana: come sono fatti i palazzi, le strade, se c’è la presenza di parchi pubblici, di luoghi di aggregazione sociale, questi ultimi considerati come fattori protettivi per gli abitanti. Quindi anche l’urbanista può contribuire alla salute mentale dei cittadini delle grandi aree metropolitane..

Ed ancora: l’inquinamento, il rumore, il ritmo di vita, la composizione del contesto sociale, la concentrazione di etnie diverse nei quartieri, fino ad arrivare alle caratteristiche urbanistiche dei quartieri, alla presenza di edifici costruiti prima degli anni ’70, ad edifici che si trovano lontani da centri commerciali o da negozi che vendono beni di prima necessità. Queste ultime caratteristiche, per esempio, rappresentano per la popolazione anziana una grande difficoltà per la vita quotidiana. Alcuni studi dimostrano come questi elementi, che suscitano una distinta percezione di insicurezza, influenzino l’incidenza della depressione soprattutto sulla popolazione oltre i 60 anni.

Più in generale, gli studi sulla depressione si concentrano sulla georeferenziazione dei cittadini che per la prima volta hanno manifestato il disturbo depressivo, o che sono già affetti dalla malattia, rispetto al quartiere dove vivono: si valuta la concentrazione di un maggior numero di casi in specifici quartieri e si associano le caratteristiche della zona alla possibilità che gli abitanti vadano incontro allo sviluppo del disturbo.

Numerose sono le ricerche che dimostrano che nascere o crescere in una grande città favorisce l’insorgenza di disturbi psicotici. Studi europei come quelli di Jim Van Os dell’Università di Maastricht, uno dei più importanti ricercatori dell’influenza dei determinanti sociali sulla schizofrenia, e gli studi di Robin Murray dell’Istituto di Psichiatria di Londra, da tempo hanno dimostrato che la popolazione giovanile che vive nelle grandi città corre più rischi di sviluppare malattie psicotiche, ed in particolare schizofrenia, rispetto a chi vive in città di piccole dimensioni ed in aree rurali.

Oggi la tendenza a costruire o modificare le aree urbane in termini ecocompatibili è importante per la qualità di vita degli abitanti. Non bisogna sottovalutare il fatto che la concentrazione di minoranze etniche in alcuni quartieri, come succede nelle grandi città statunitensi, non è sicuramente il modo migliore per garantire la salute mentale degli abitanti di quella zona, sia per i membri delle minoranze etniche stesse che per gli altri cittadini residenti.

I problemi che pone l’ambiente urbano sono certamente di carattere intersettoriale

I criteri diagnostici (DSM) e terapeutici psicofarmacologici sinora utilizzati tendono a cronicizzare il disagio senza risolverlo e comunque non sembrano in grado di dare risposte adeguate alla complessità delle problematiche attualmente presenti. La farmacoterapia sembra dare solo risposte in “acuto” e talvolta modifica in senso peggiorativo la clinica determinando altre problematiche troppo spesso senza risolvere le preesistenti.

Non si tratta di fare la guerra alla psicofarmacologia bensì di collocarla adeguatamente all’interno di un intervento clinico e sociale più globale.

Risulta molto interessante riprendere E. Fromm in quanto inventore di quella che lui definisce ”psicologia sociale analitica” anche se noto quasi esclusivamente o prevalentemente per libri aventi caratteristiche più divulgative quali L’arte d’amare, Avere o Essere, Fuga dalla libertà.

In Anima e società (1937) Fromm affronta con estrema lucidità il problema affermando che “occorre approfondire la ricerca dei fattori generali che influenzano il carattere degli individui nella società contemporanea”.

Nell’introduzione di Psicoanalisi e Sociologia (1929) Fromm afferma che “lo psicoanalista deve sottolineare che l’oggetto della sociologia, la società, consiste in realtà di singoli individui e che sono questi individui, le loro azioni, i loro pensieri e sentimenti non una società astratta in quanto tale, ad essere oggetto della ricerca psicologica. Essi non hanno una psiche individuale, che funziona quando l’individuo agisce come individuo e che sarebbe oggetto della psicoanalisi, e una psiche di massa separata che entra in

azione quando l’individuo agisce come parte della massa. Non ci sono due menti nella testa di un individuo, ma una sola….L’apporto che la psicoanalisi (ed io aggiungo con l’aiuto delle neuroscienze) può offrire alla sociologia la conoscenza, seppur perfettibile, dell’apparato psichico umano che, oltre a fattori tecnici, economici e finanziari è una determinante dello sviluppo sociale.

La psicoanalisi…..deve considerare suo compito precipuo partecipare all’indagine di problemi psicologici nella misura in cui l’individuo, cioè la sua psiche, ha un ruolo. La storia non fa nulla, non possiede alcuna immensa ricchezza, non combatte battaglie. E’ invece l’essere umano, la persona vera, reale, che fa tutto, possiede tutto e combatte tutte le battaglie.

La psicologia sociale si propone di indagare quale sia la relazione tra certi atteggiamenti psichici comuni ai membri di un gruppo le loro esperienze comuni. Si occupa in pratica di persone normali sulla cui situazione psichica la realtà ha un’influenza incomparabilmente maggiore che su quella del nevrotico.

Il metodo analitico è un metodo storicistico in quanto cerca di comprendere la struttura degli impulsi attraverso la comprensione della storia della vita e quindi applicabile ai gruppi sociali (1932 Metodo e funzione di una psicologia analitica sociale). L’obiettivo di Fromm è quello di comprendere il cambiamento che si verifica in taluni contenuti della coscienza in quanto risultato di processi inconsci collettivi.

Afferma che la psicologia analitica sociale può evidenziare come la situazione economica si trasformi in ideologia attraverso gli impulsi istintuali dell’uomo……La struttura libidica di una società è il mezzo con cui l’economia influenza manifestazioni mentali e intellettuali dell’uomo.

Successivamente Fromm   introduce il concetto di “carattere di una società” e di “carattere socialmente tipico”:

Base Economica => Carattere Sociale=>Idee e Ideale

Comunque la vera novità di Fromm è l’introduzione del concetto di “carattere” ricorrendo ad una nozione della psicoanalisi che fu fondamentale per la psicologia analitica sociale e la sua applicabilità. Se si segue il destino degli impulsi istintuali e dei loro corrispondenti riferimenti nel rapporto con la realtà, si può osservare come un individuo sviluppi peculiarità, comportamenti e atteggiamenti che hanno una durata e determinano la persona nel suo pensare, sentire ed agire, in pratica nel suo essere.

Tali tratti caratteriali, che determinano il manifestarsi dell’individuo nella società, sono sublimazioni o formazioni reattive di impulsi istintuali e riferimenti oggettivi che si sviluppano in ciascuno come carattere nevrotico o normale a seconda del grado di adattamento sociale. La formazione di tali tratti caratteriali determina la persistenza del comportamento. E’ di fondamentale importanza anche il principio secondo cui gli impulsi psichici possano essere guidati in determinati atteggiamenti uniformi (“tratti caratteriali”). Così, per esempio, gli impulsi aggressivi contro i fratelli possono essere contenuti in maniera durevole con una formazione reattiva e manifestarsi con la comparsa di un tratto caratteriale assillante; oppure sublimato in una ambizione scientifica.

Freud e Abraham hanno citato tali tratti caratteriali in relazione agli impulsi pre-genitali. Fromm fa riferimento alle loro per poi utilizzarle nella sua disamina socio-psicologica. Mediante l’individuazione delle basi libidiche dei tratti caratteriali, la caratterologia psicoanalitica può aiutare a spiegare la loro funzione dinamica di forze produttive nell’ambito della società. Del resto essa può servire anche come punto di partenza per una psicologia sociale che mostri come i tratti caratteriali comuni alla maggior parte dei membri di una certa società siano condizionati dalla natura specifica di quella società.

Lo sviluppo del carattere coinvolgerebbe quindi l’adattamento della struttura libidica a quella della società di appartenenza; prima attraverso la famiglia, poi la scuola e tutti i successivi contatti sociali (1932b). La scoperta che la società ha una struttura libidica, ovvero quei tratti caratteriali che sono propri dei membri di quella società, portò Fromm alla conclusione che il carattere sociale sia una forza produttiva fondamentale per ogni mutamento di ogni tipo (economico, sociale, dei contenuti consci e della loro concezioni di valori e pensiero). Credo che il fallimento del tentativo di produrre “l’uomo nuovo individuo” solo con l’aiuto del cambiamento economico possa essere ricondotto al fallimento del tentativo di voler cambiare l’individuo solo attraverso informazioni, sapere, catechesi o formazione della coscienza.

La ricerca consapevole e la discussione di valori fondamentali quali libertà, democrazia, solidarietà rimarranno schermaglie ideologiche finché il sistema economico e le forme di socializzazione pubbliche e private formeranno un carattere sociale i cui più importanti atteggiamenti psichici inconsci, vale a dire i suoi valori fondamentali concretamente vissuti, saranno egoismo, desiderio di dominare o essere dominati, competitività sfrenata.

L’analisi del “carattere sociale” rivela come gli atteggiamenti inconsci siano al servizio della stabilità delle condizioni economiche e sociali e come i singoli realizzano inconsciamente i valori e gli atteggiamenti fondamentali del sistema, mentre consciamente possono essere convinti del contrario.

Ne consegue che le ideologie e la cultura siano radicate nel carattere sociale; che il carattere sociale è plasmato dal modello di vita di una società e che i tratti di carattere dominanti diventano le forze produttive che modellano il processo sociale. Di conseguenza, se un sistema economico orientato alla massimizzazione del profitto e alla crescita per il proprio funzionamento deve fare sempre nuovi investimenti con cui vengono creati nuovi prodotti per cui questo sistema necessita di un uomo che consumi con entusiasmo. Ciò che fa con piacere e che anche il “sano buon senso” gli consiglia indubitabilmente di fare in quanto “ragionevole” egli deve farlo realmente; quindi la funzione del carattere sociale quale “cemento” del sistema.

Il comportamento di ciascuno viene determinato da una serie di fattori, alcuni costituzionali (temperamento e particolari attitudini); altri sono acquisiti e influenzati e/o condizionati dal sociale (1947a). Quindi il carattere viene definito come “forma in cui si canalizza l’energia umana durante il processo di assimilazione e canalizzazione” (1947a).

Carattere inteso quindi come struttura psichica dell’individuo che determina il comportamento concreto, il pensare, il sentire e l’agire nel suo orientamento.

Studiando il carattere Fromm si interessa di posture comportamentali, motivazioni, passioni, virtù e vizi, impulsi e qualsivoglia altro che sia antecedente a qualsiasi atteggiamento concreto e lo determinano e formula una teoria comportamentale psicoanalitica.

In Anatomia della distruttività umana, Fromm dimostra come un atteggiamento aggressivo può derivare da orientamenti di carattere diversi; può originare dal piacere di tormentare (sadismo), dal desiderio di distruggere (necrofilia) o da un autentico amore per la vita (biofilia), anche se l’agito in quanto tale (p.e. l’uccisione di un animale) è sempre il medesimo.

Secondo Fromm bisogna partire dall’ipotesi che i tratti caratteriali sottendano il comportamento e da esso vadano inferiti; che essi costituiscano forze di cui, per quanto potenti, la persona può essere interamente inconscia (1947a). Fromm introduce il concetto di carattere come sostituto dell’istinto animale che consente un comportamento coerente in cui ciascuno è liberato dal peso di prendere ogni volta decisioni nuove e ponderate.

La presenza di prerogative specificamente umane quali la coscienza, la ragione e la fantasia fanno si che l’essere umano percepisca la vita come dubbia e contraddittoria.

Espressione di queste esperienze contraddittorie (dicotomie) sono i bisogni psichici che devono essere assolutamente soddisfatti quanto quelli fisiologici (fame, sete, ect), ma diversamente da questi quelli psichici hanno un vasto spettro di possibilità. Per esempio il bisogno psichico di relazione può essere soddisfatto in vari modi ( assoggettando, assoggettandosi, distruggendo o costruendo). In definitiva il modo dipende dall’orientamento e dalla struttura caratteriale.

In Dalla parte dell’uomo, Fromm ha esposto alcuni orientamenti sociali:

NEL PROCESSO DI ASSIMILAZIONE

 

1. Ricettivo (corrisponde al ricettivo-orale di Freud e Abraham) ]
2.    Sfruttatore ( sadico-orale) ] Pregenitali
3. Accumulatore (Sadico-anale) ] Non produttivi
4. Mercantile ]
  1. Necrofilo ]
  1. Attività produttiva ]           Produttivi
  1. Fromm formulò un nuovo 4° orientamento non-produttivo . Si rientra sul mercato in maniera dominante, determina la nostra vita economica e sociale, si orienta al mercato indipendentemente dal valore d’uso.
  2. Il carattere mercantile è dell’individuo “senza volto”. Il carattere mercantile è non-produttivo, in esso l’uomo incontra le proprie potenzialità come merci alienate rispetto a sé. Esse risultano mascherate in quanto quel che conta non è la la sua autorealizzazione nel processo di impiegarle, bensì la sua riuscita nel processo di venderle. La vita è complessa, strutturata e incerta. Il necrofilo ama il certo, ciò che è vivo gli fa paura, ama il passato e ciò che passa in fretta, frantuma, smembra, Il pensiero viene separato dal sentimento, il sentimento reso inutile in quanto irrazionale, la realtà colta solo in modo cerebrale, la responsabilità attribuita a politici, moralisti o religiosi in modo da essere liberi da giudizi di valore. Le strutture necrofile dell’attività scientifica moderna sono già parte di quelle strutture in ambito economico, sociale e culturale, che producono e stabilizzano il carattere sociale necrofilo.

 

NEL PROCESSO DI SOCIALIZZAZIONE

1. Relazione simbiotica:
a. masochismo ]
b. sadismo ] Carattere autoritario

2. Relazione basata su distanza e riserbo:
a. indifferenza
b. narcisismo
c. necrofilia

3. Relazione amorosa:
a. amore
b. ragione

Credo che la descrizione del “carattere mercantile dell’individuo senza volto” descritto da Fromm si attagli ad almeno gli ultimi cinquant’anni del mondo occidentale in cui si è puntato incessantemente ad accrescere il reddito personale e sociale.

Siamo diventati più ricchi, ma non siamo più felici di prima. Anzi, tra le popolazioni c’è stato un aumento dell’ansia e della depressione (ansiolitici, antidepressivi e stabilizzatori dell’umore sono gli psicofarmaci più utilizzati nel mondo occidentale).

L’intera società contemporanea sembra essere bisognosa di riversare la propria tristezza in uno spazio atta ad accoglierla. Le richieste superano di gran lunga le capacità di risposta delle istituzioni; il mutamento è qualitativo ed il malessere cui si chiede di far fronte trova spesso professionisti impreparati.

E’ quale è stato l’indicatore di riferimento del benessere? Il PIL (prodotto interno lordo) il più contestato tra gli indicatori economici spesso messi in discussione in quanto non in grado di definire il reale benessere

della popolazione (BIL) in quanto valuta e “misura” parametri esclusivamente legati alla produttività ed alla gestione tecnica delle risorse economiche.

Nel gennaio 2008, però, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiesto a una commissione composta da una trentina di economisti di rilevanza mondiale e presieduta dai premi Nobel Joe Stiglitz e Amartya Sen di studiare e proporre alternative al Pil. Il lungo rapporto conclusivo è stato presentato ed è risultato molto deludente per coloro che si aspettavano un nuovo indicatore sintetico che sostituisse completamente il Pil. Le attese erano forse eccessive: ci si aspettava una nuova misura semplice e diretta come il Pil ma allo stesso tempo più complessa, per cogliere i tanti aspetti – prodotti e non prodotti – che influenzano il nostro benessere. La commissione ha, invece, dato raccomandazioni piuttosto generali:

  1. il benessere materiale deve essere valutato al livello di nucleo familiare, tenendo in considerazione il reddito e il consumo e non tanto la produzione come accade ora con il
  2. Si deve dare una maggiore enfasi alla distribuzione del reddito, del consumo e della ricchezza: un aumento medio non corrisponde per forza a un aumento per
  3. La commissione chiede, inoltre, di estendere la misura ad attività non di mercato. Questo punto riguarda il calcolo delle attività e servizi in famiglia, per esempio la cura degli ammalati e degli anziani, un tema sempre più di attualità.
  4. Raccomanda, inoltre, di prendere in considerazione la multidimensionalità della misura del benessere che tocca le condizioni economiche ma anche l’educazione, la salute, la qualità della democrazia, le reti sociali, l’ambiente, la sicurezza. Una gran parte del rapporto si occupa poi delle questioni di sostenibilità ambientale per misurare la crescita al netto della distruzione di risorse e i rischi del cambiamento

I cambiamenti prodotti dalle “crisi sociali” hanno generato “nuovi miti”, mito=parola, fatti però raccontati in un idioma non appropriato. Quello attualmente più diffuso è quello della globalizzazione secondo cui anche l’universale viene globalizzato (democrazia, e diritti umani circolano come qualsiasi altro prodotto quali il petrolio e i capitali finanziari).

Il vero nemico dell’occidente non è l’estraneo/diverso bensì è la pratica stessa della libertà e della democrazia utilizzate come derivati di altri valori quali la ricchezza economica e il potere della tecnica.

Il vero nemico è la dipendenza dal cosiddetto “benessere economico” (realizzazione del carattere mercantile di Fromm). La dipendenza dal mercato è mascherata dalla “ideologia dell’indipendenza”.

Il modello di sviluppo “senza limiti” ci ha portati a commercializzare persino la nostra vita intima (affidiamo i bambini alle baby-sytter, gli anziani alle badanti, la cura della casa alle colf, la preparazione del cibo alle rosticcerie, le feste dei bambini alle agenzie, le cene con gli amici al catering, la nostra solitudine alle accompagnatrici, etc.).

Un altro mito creato dal capitalismo globalizzante è quello del “tempo”. Folle mito (Cronos divorava i figli man mano che Rea glieli mostrava in quanto i suoi genitori Urano e Gaia gli avevano predetto che sarebbe stato deposto da un suo figlio). Il mito del tempo necessita però del mito dell’efficienza che richiede applicazione togliendo però i veri momenti preziosi necessari a coltivare la crescita emotiva e l’intimità.

Una società finalizzata alla felicità di tutti. Potrebbe sembrare l’incipit della costituzione di una comunità hippy, se non fosse che a scriverla sono stati Richard Layard, economista della London School of Economics, il sociologo Geoff Mulgan e Anthony Seldon, docente di storia e preside del Wellington College.

Sino ad ora la “condizione del benessere sociale” è stata misurata con il PIL (Prodotto Interno Lordo) parametro che riflette la completa realizzazione di quello che Fromm definisce “carattere mercantile sociale”. A tale parametro, ora il più contestato tra gli indicatori economici spesso messi in discussione, tempo gli economisti, e non solo, cercano un’alternativa. Proprio per questo in Francia si è messa all’opera una

commissione presieduta da due premi Nobel. Con risultati però deludenti per chi si aspettava un nuovo indicatore sintetico che sostituisse completamente il prodotto interno lordo. Anche perché si continua a non rendere davvero espliciti gli obiettivi che si vogliono perseguire. Un contributo più originale potrebbe invece arrivare proprio dall’Italia.

Gli indicatori economici suscitano sempre molte discussioni: le cifre delle organizzazioni internazionali vengono interpretate puntualmente in maniera opposta da governo e opposizione. Oppure ne vengono messi in discussione i criteri e i metodi di misura. L’indicatore più contestato è certamente il Pil, la misura economica per eccellenza. Da molto tempo gli economisti cercano un’alternativa. Il dibattito ha fruttato una ricca letteratura economica e si è diffuso con l’arrivo dei movimenti no e new global a cavallo del 2000. Le proposte lanciate sono state molte. L’unica alternativa che ha avuto un vero successo è l’Indice di sviluppo umano (Isu o Hdi in inglese) che prende in considerazione la speranza di vita, l’educazione e il Pil e che viene calcolato annualmente dalle Nazioni Unite. Ciononostante, il Pil continua a godere di ottima salute, non avendo rivali veramente in grado di scalzarlo dal più alto gradino delle statistiche economiche, nonostante i difetti comunemente riconosciuti. Queste critiche, condivise dalla maggior parte degli economisti e della classe politica, non hanno mai portato a un riesame delle statistiche nazionali.

Al di là dei comprensibili entusiasmi per i risultati di una commissione che per la prima volta ha portato a un livello politico di primissimo piano un tema dibattuto soprattutto in ambito accademico, la strada da fare è ancora molta. Mancano a oggi, metodi condivisi di misura delle variabili qualitative come reti sociali, qualità della democrazia, condizione psichica (non prevista dalla Commissione) e sicurezza. Non c’è, inoltre, accordo su come aggregare le diverse componenti. La maggior parte degli economisti ritiene necessario proporre una serie d’indicatori per misurare lo sviluppo e non un semplice indice sintetico: dal punto di visto scientifico si tratta di una scelta indiscutibile, ma dal punto di vista politico e mediatico è una rinuncia pesante. Anche per questi nuovi indici il metodo utilizzato è sempre lo stesso: si disegna un quadro teorico e si cercano gli strumenti di misura, senza esplicitare veramente gli obiettivi che si vogliono perseguire. Misurare il progresso è la base per perseguirlo. Tuttavia, finora gli obiettivi sono di fatto stabiliti ex post, nascosti nella struttura dell’indicatore. Nel caso del Pil, si insegue la crescita continua senza veramente chiedersi se questo corrisponde agli obiettivi che ci prefiggiamo.

È più innovativo, anche se non per forza più facile da realizzare, quindi, quanto proposto da Salvatore Monni e Alessandro Spaventa alla conferenza Isae : anziché affidare la scelta (implicita) delle priorità sociali ai tecnici che costruiscono gli indicatori, è più opportuno immaginare indici a partire da espliciti obiettivi politici dei paesi interessati. Gli autori fanno un esempio a livello europeo partendo dall’agenda di Lisbona e costruendo un indice basato su competitività, coesione sociale e ambiente. Gli indicatori che immaginano Monni e Spaventa vengono ritagliati su misura, diventando strumenti per il perseguimento di alcuni obiettivi (più o meno) democraticamente stabiliti da un paese e non un fine in sé.