Congresso IFPS Firenze

Intervento di Giuseppe Ferrari

In compagnia della piccola Alice andremo al di là della fredda faccia  dello specchio e ci ritroveremo nel paese delle meraviglie, dove tutto  e così noto e così prossimo a noi e, nello stesso tempo, così strano  ed inconsueto (Aleksandr R. Lurija, considerato il fondatore della  neuropsicologia); questo era stato in qualche modo l’incipit  dell’economista americano Victor Lebow che dichiarava: “… La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di  elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto  e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione  personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. […] Abbiamo  bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e  rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore…”. 

Il consumo è, di fatto, una modalità attiva di rapporto non solo con gli  oggetti ma con la collettività e con il mondo; un esercizio di attività  sistematica e di risposta globale su cui l’intero sistema culturale si  fonda. Se il consumo sembra essere inarrestabile la ragione è che il  consumo è una prassi idealista totale che non ha più nulla a che fare  (al di la di un certo limite) con la soddisfazione dei bisogni nè con il  principio di realtà. Ciò che viene consumato non è l’oggetto, ma  piuttosto il rapporto stesso, significato ed assente e nello stesso  tempo incluso ed escluso. Accade quindi che l’idea di rapporto si  consuma nella serie di oggetti che rimandano ad essa. Il consume allora può solo superare se stesso e reiterarsi per restare  ciò che è: una ragione di vita. Il progetto di vivere, frantumato, deluso,  significato rinasce e si annulla nell’oggetto successivo.  “Modulare” il consume o stabilire un sistema di bisogni adatto a  normalizzare il consume stesso fa parte di un moralismo assurdo  quanto ingenuo (Jean Baudrillard. Il Sistema degli oggetti. 2014) Dov’è l’equivoco? Una società finalizzata alla felicità di tutti, potrebbe  sembrare l’incipit della costituzione di una comunità hippy, se non  fosse che a scriverla sono stati Richard Layard, economista della  London School of Economics, il sociologo Geoff Mulgan e Anthony  Seldon, docente di storia e preside del Wellington College.  Denominatore comune: tutti e tre hanno lavorato nello staff dell’ex 

premier britannico Tony Blair. Gente che il “sistema” lo conosce  bene. Ma che resta convinta della necessità di una svolta.  Per questo i tre super esperti hanno creato l’organizzazione no profit  Action for Happiness, una sorta di lobby della felicità, laboratorio di  idee e proposte concrete indirizzate non solo ai singoli individui, ma  soprattutto ai governi. 

“Per cinquant’anni”, dicono i fondatori, “abbiamo puntato  incessantemente ad accrescere il nostro reddito. Siamo diventati più  ricchi, ma non siamo più felici di prima. Anzi, tra le popolazioni c’è  stato un aumento dell’ansia e della depressione“. Ed era il 2008, a  quel punto qualcosa si è “finalmente” rotto in questa logica perversa,  ciò ha moltiplicato la risposta ansiosa che, non trovando  realizzazione sfocia in una frustrante depressione individuale e  sociale.  

Sergio Caruso osserva con uno sguardo psicoanalitico l’immaginario  sociale come specchio della crisi, studiando come attraverso le  immagini che attraverso le forme verbali. Individua Robin Hodde la  strega; io intendo soffermarmi sulla figura ambivalente della strega,  ovvero del “femminile maledetto” 

La logica femminile contrapposta a quella maschile fallica e  dominante della omologazione, è determinata dal coraggio che non è  né rabbia , né eroismo, bensì versione pensabile della solitudine non  che si accetta, ma diventa fattiva nell’atto del coraggio. 

Lilith e Lamia sono due figure mitologiche nate in contesti ed epoche  diverse, ma con molti tratti in comune al punto che, nel corso dei  secoli, si sono sovrapposte sino a diventare una stessa entità  conosciuta con il nome di Lamia. Nel Medio Evo il termine venne  utilizzato come sinonimo di strega. 

La leggenda di Lamia affonda le sue radici nel mito dell’antica Grecia  quando Zeus, nel suo vagare tra i mortali, si innamorò della regina di  Libia: la bella Lamia, appunto, figlia di Poseidone. 

Era, moglie di Zeus, venuta a conoscenza dell’ennesima prova di  infedeltà del marito e accecata dalla gelosia, scatenò la sua rabbia  sul bene più prezioso di una donna: i figli. In preda all’ira uccise tutte  le creature della regina e di Zeus, tranne una, Scilla, la quale riuscì a  salvarsi. 

Lamia, inconsolabile madre, si nascose in una grotta trasformandosi 

dentro e fuori. Diventò un mostro, una mangiatrice di bambini,  togliendo alle madri del mondo la loro la gioia più grande,  esattamente come le fu fatto da Era per punirla. Triste era la  condizione di Lamia ma Zeus, impietosito dalla sofferenza della sua  amante, le concesse un singolare privilegio: togliersi e rimettersi gli  occhi a suo piacimento per poter finalmente riposare perché Era,  come ulteriore condanna, l’aveva costretta ad una vita senza sonno. Ma chi -o cosa- è veramente Lamia? 

Mito a parte, lamia è e non è Lamia allo stesso tempo. Un dualismo  evidente dal nome stesso: nome comune o nome proprio? Demone o  donna? 

Lilith, primordiale fu ed è confusa e innominata all’interno della folla  dei demoni, forze invisibili, maligne e benefiche, che assediarono i  primi umani. Tutte le cose esistenti, corporee ed incorporee, sublimi e  abominevoli, appartenevano ad un unico mondo.  

L’uomo primitivo, vivendo in una dimensione misterica e magica,  dove realtà e immaginazione si fondevano, conobbe all’interno di una  totale angoscia cosmica, quella del timore di una impossibile  sopravvivenza. La religione ctonia si concentrò nell’invocazione della  perenne riproduzione e nel controllo dell’invisibile maligno pronto al  furto della vita e della forza. L’esperienza diretta di un’unione mistica  fra il visibile e l’invisibile testimonia l’inscindibile unità del mondo. Nei miti ellenici l’animale fi detronizzato: gli animali incarnarono forze  malvagie, furono mostri, nemici dell’uomo, vinti solo da un semidio. Il Logos, la forza intellettuale che conteneva il debordare  dell’immaginario emotivo, accolse il Mito (mito-logia) ridicendolo a  favola, mentre la Poesia se ne appropriava rendendolo immortale. Il male incarnato nell’animale fu concezione che continuò nei secoli.  Un uomo degradato al massimo è definito “bestia umana”. Ed ora veniamo a Lilith; volendo dare una rappresentazione del Male,  l’essere umano ricorse al diverso animalesco da uomo-donna, Lilith  fu per metà bestia e a volte bestia intera. La civiltà sumerica e  babilonese già la individua; nella Bibbia, Isaia ne costruisce la nota  storia che non sto qui a riportare.  

Quando Lilith si sottrasse all’incombente Adamo, ruppe l’ordine della  reciprocità, affermò un’alterità forte, si sottrasse a quella reciprocità  sottomissoria cui era stata “destinata”. 

Lilith, simbolo antico di seduzione e trasgressione, nell’era del  progresso economico, torna dal deserto nel “deserto” della terra nuda  di valori generato dalla tecnica. Si comincia a parlare della  “spoliazione del pianeta” e di enormi ammassi di merci presto ridotte  a cumuli di spazzatura, se vuoi anche colorata, talvolta quasi  “artistica”; gregge di uomini e donne in continuo spostamento;  macchine, luci, megalopoli, ipermercati, immense periferie, fabbriche.  Nei luoghi della “compravendita” la folla è follemente unita, compresa  nei rituali. Nel mondo della tecnica, la comunanza proviene da  un’entità reale-irreale: il Grande fratello calcolatore e non a caso si  chiama fratello, non dio, padre, bensì fratello di tutti, benevolo,  compromissorio, desidera che nel suo “nuovo e bravo mondo” tutto  accada; passato e futuro, religione, perversioni o presunte tali, forme  alternative di vita. Il Grande fratello dell’unificazione planetaria fa si  che l’uomo e la donna giochino a passarsi reciprocamente il genere  ed il sesso; tecnicamente è diventato possibile. 

Lilith avrebbe dunque lasciato il suo deserto per questo? Nulla ha a  che fare il suo Mito nella nostra epoca in cui la seduzione non può  agire dove ogni “perversione” è possibile e le differenze sono  scomparse e la perversione non può sostituire l’erotismo. 

Le metafore non sono concetti, bensì immagini e, come tali, non  possono sottrarsi al labile e transitorio statuto di ogni immagine, di  ogni concrezione fantastica. 

La tumultuosa pluralità delle “psicologie del profondo” succedutesi nel  nostro recente passato sta a testimoniare del fondamento puramente  metaforico e immaginifico di ogni psicologia dell’inconscio. Uomo e donna allora, più che da una lacerazione originaria, sono  divisi, allontanati, contrapposti e resi nemici dagli stereotipi, dai  paradigmi, dagli imperativi acritici e divoranti, dalle forme  condizionanti la cultura. La convergenza delle loro essenze e la  comune apertura al mondo è il frutto dello sforzo implicito del  processo di individuazione, di quel faticoso divenire se stessi nella  paradossale compresenza di lotta contro la cultura stantia e di  alleanza con i germi rinnovatori della stessa al fine di giungere ad  una utopica sintesi. 

In compagnia della piccola Alice andremo al di là della fredda faccia  dello specchio e ci ritroveremo nel paese delle meraviglie, dove tutto 

e così noto e così prossimo a noi e, nello stesso tempo, così strano  ed inconsueto (Aleksandr R. Lurija) 

Perversione, Maledizione, l’atto e le parole con cui si invoca su  individui, gruppi, città la condanna e la punizione della divinità.  Può contenere una preliminare invocazione di esseri divini o  demoniaci; ma può anche agire automaticamente, in virtù  dell’efficacia della formula in cui è redatta o dei poteri straordinari di  chi la pronuncia.  

In tutti i casi, contro l’effetto magico della maledizione non c’è che la  difesa magica di esseri divini, demoniaci, formule o persone più  potenti, che le si possano contrapporre.  

Particolare efficacia si attribuisce in molte civiltà alla m. pronunciata  dal padre o da un moribondo. Diversi popoli primitivi temono che gli  influssi rovinosi scatenati da una maledizione non agiscano soltanto  sulla persona su cui si rivolge, ma anche su tutti i presenti o sulla  

collettività. È ancora più diffusa la credenza che la m. possa colpire i  discendenti della persona maledetta, per più generazioni. Anziché  pronunciata, la m. può essere anche scritta; nell’antichità le m. si  affidavano, per es., a tavolette di piombo iscritte, nascoste in tombe.  Nel Medioevo erano spesso iscritte nella parte finale dei documenti  pubblici e privati formule comminanti una sanzione spirituale, in forma  di m., contro chi avesse violato le disposizioni dell’atto stesso. (Treccani)