Lo spirito dell’autunno, un tuffo nel profondo.

Dott.ssa Alessia Vignali

REVIVISCENZE AUTUNNALI

Autunno, la “quinta stagione”: la luce non è più quella sfacciata dell’estate, che falsa le cose rendendole simili a simulacri di se stesse, risolvendone la complessità mediante nette campiture di colore; quella autunnale, col suo sfondo bianco, è luce capace di restituire agli oggetti una dimensione possibile di verità.

Ci accade allora di considerare le foglie cadute, la cui forma sorprendente mai avevamo notato prima. Svetta il rosso delle melagrane sul giallo squillante del tappeto fogliare, sorprende la geografia silvestre della foglia d’acero, percorsa dalla corsa dei carminio, degli arancio, degli ocra nell’ultimo grido di passione, prima del silenzio.

Il sapere simbolico millenario dell’astrologia, che qui ricordiamo per il patrimonio d’immagini, sottolinea la valenza equilibrante dell’ingresso del sole in Bilancia, a fine estate.  Dall’equinozio d’autunno le ore notturne cominciano a prevalere su quelle diurne, suggerendo il ritiro che predispone a soffermarci su noi stessi. Il segno rappresenta il punto di equilibrio tra la fase di crescita dell’estate, identificata dalla forza solare agostana, espansiva, archetipicamente maschile dell’individuo e quella introspettiva, spirituale, archetipicamente femminile della fase involutiva dell’anno. La natura comincia a riposarsi prima di entrare nel ciclo di morte e trasformazione necessario alla rigenerazione. L’ingresso del sole in Scorpione, seconda tappa autunnale, consentirà lo sprofondamento in dimensioni abissali dell’essere, nella contemplazione della finitudine del Sé e delle cose.

Negli esordi d’autunno si diventa poeti poiché sono i sensi ad allertarci, risvegliando una sorta di sensibilità per il “ritorno del rimosso” che chiama a un’elaborazione. Siamo indotti a re-impattare le qualità formali degli oggetti e lo facciamo con l’apertura del bambino o del poeta, che sanno vedere le cose nella novità del loro messaggio aurorale… come nel primo giorno. Le cose, dunque, rinascono al nostro sguardo rinnovato di qualità poetiche.

Secondo lo psicoanalista Christopher Bollas, in generale nell’esperienza non soltanto siamo noi a dar senso al mondo e a leggerlo, ma ne veniamo “letti”, qualora ci troviamo in una modalità d’apertura al richiamo di quegli oggetti evocativi che sentiamo “ci dicono qualcosa” e che diverranno i nostri simboli. “Perché, senza nemmeno rendercene conto, noi consacriamo il mondo con la nostra soggettività, investiamo persone, luoghi, oggetti e fatti di un significato idiomatico. Nell’abitare questo nostro mondo, ci muoviamo lentamente in un campo di oggetti gravidi che contribuiscono alla densa qualità psichica che costituisce l’esperienza del sé.” Gli oggetti che costellano la nostra quotidianità possono dunque rappresentare portali su universi semisconosciuti, o “conosciuti non pensati”, del nostro essere: sta a noi decidere se aprirli oppure no.

Ad esempio, Bollas ci racconta una scena tratta dal suo quotidiano, in cui raffronta i momenti in cui egli stesso “resiste” al richiamo evocatore dell’oggetto, lasciando l’idioma del suo sé silente, a momenti in cui trova nel mondo le forme – parole per “dirsi”.

“A volte programmiamo la giornata: “Domani vedrò alcuni pazienti la mattina, poi farò uno spuntino. Il pomeriggio lavorerò al libro “… Se non risponderò al telefono, non leggerò il giornale, non ascolterò musica e non andrò a fare una passeggiata, ecc., probabilmente avrò una buona giornata di lavoro. Diciamo, però, che non ho un programma così preciso e rigoroso. Leggo il giornale, e mi lascio attrarre da un servizio sulle balene grigie della California rimaste bloccate nell’Artico. La mia mente vaga portandomi ai miei ricordi d’infanzia sulla costa della California. La telefonata di un amico, la lettera di un collega, il brano di un libro evocano trame psichiche e la mia giornata, che è sempre simile a un contenitore, progressivamente assume una densità psichica che le dà un carattere particolare. Un giorno è uno spazio dell’articolazione potenziale del mio idioma. Scelgo oggetti per spargere il mio idioma oppure no? Per esempio, leggo un romanzo che non mi piace, ma penso che debba essere letto – ma con il quale non arriverò al mio essere – oppure scelgo un romanzo che mi piace, in cui posso lasciarmi cadere, perdendomi in esperienze multiple del sé e degli altri?”.

In autunno la dialettica tra mondo interno e mondo esterno si intensifica: di fronte a un qualunque oggetto che ci emoziona come apparenza epifanica torniamo alle radici della creazione o, se preferite, regrediamo ai primitivi stadi dello sviluppo della simbolizzazione. In essi non era ancora avvenuta la categorizzazione consensuale degli oggetti, dunque la potenza creatrice della nostra mente si esercita a concettualizzare il mondo e a dar vita a percetti facendo a meno dei pre-concetti. La realtà è reinventata onnipotentemente,  reimmersa nell’incantamento.  Nell’incontro con l’oggetto gli conferiamo spessore – tutto lo spessore di lunghe catene associative o densità psichiche che possiamo attingere alla nostra storia -, e in quest’operazione lo rinnoviamo al nostro sentire, che ora sa dargli un posto nuovo nel nostro “hortus clausus” interiore. Come quando scegliamo rami d’Archechengi in una delle prime bancarelle di stagione, rosse come una frustata, a indicare un sussulto di vitalità maniacale  a tutela dall’assalto di un’incipiente depressione pre-invernale. Lì stiamo esprimendo qualcosa di nostro, di profondamente vero.

Poetiamo nel gergo degli oggetti la nostra vitalità, il nostro sussulto di fronte al nulla.

Mentre le strade esalano profumi balsamici, tra vaghe assonanze di ginepro si avvertono i sentori della fermentazione.

In autunno ritroviamo il valore delle cose che stanno per finire.

Quando ci visita lo spirito dell’autunno, così inattuale, conviene dunque mettersi in ascolto.

 

E-VOCAZIONI DA UNA POLIS INTERIORE

Bologna dai lunghi inverni è negli ultimi anni sempre più città autunnale… la presenza dei portici – “i più lunghi al mondo” – ripara dalla pioggia e rende sgargianti e fruibili, quasi fossero rifugi, le vetrine “giallo Van Gogh” delle vie che ancora recano l’impronta unica di chi ne ha fatto un mondo in miniatura, specchio delle sue passioni. Con allegria ci conforta sapere che solo in quel bar troveremo gli antichi maritozzi, focacce ripiene di panna montata miracolosamente spianata come la neve a Sestola… solo in quella pasticceria troveremo una Sacher “Sette veli” che nemmeno la Vienna di Freud avrebbe saputo immaginare. Nelle passeggiate d’autunno è bello trovar conforto nel pensiero di una comunità un po’ idealizzata e un po’ magica che con i suoi prodotti, l’arte del sorriso e i suoi servizi allieta di colori e profumi il grigio che verrà.

Autunno, chiediamo conforto al mondo degli umani.
Finché globalizzazione ce lo lascerà.

E’ la Bologna dei caffè, quella del Liberty e della “modernità” che traluce nella struttura degli edifici di prestigio e in certe strade straordinarie, ridondanti di pampini, volute ed elitre di libellula in ferro battuto, come Viale Audinot. E’ l’autunno della promessa di quella Bologna e di tante altre (pensiamo a quella degli artisti e degli intellettuali), perse nel pulviscolo che ci lascia soli coi detriti di significanti che in questa post-postmodernità soltanto per alcuni alludono al passato. Son pochi fortunati, vecchi e spesso ricchi. Di questi tempi i ricchi sono gli unici ad aver “diritto a un passato”. Solo chi è ricco sa da dove viene, lo ricorda volentieri. Gli altri dimenticano, spesso per necessità.

E’ l’autunno della sgargiante epopea del progressismo e del progresso, di coloro che “ci avevano creduto” e che con “opere d’ingegno” l’avevano inverato nella valle dell’industria più ricca d’Italia. E’ l’autunno di coloro, la “Bologna rossa”, che invece che non credettero ai miti del liberismo e s’illusero di lottare per qualcos’altro.

 

LO SPIRITO DELL’AUTUNNO

“Qual è l’insegnamento che ci lascia la psicoanalisi, il suo insegnamento principale e forse l’unico? “ si chiede J. B. Pontalis (1997). “E’ che il tempo (dentro di noi, n.d.r.) non passa. Conseguenza: la psicoanalisi non è, non può essere, del suo tempo. Il tempo altro cui essa appartiene contraddice la nostra percezione comune, quella degli anni che scorrono tra le dita, quella della vertiginosa caduta dei grani di sabbia nella clessidra, quella dei nostri giorni e del ritmo a loro proprio, quella del nostro corpo e del nostro spirito quando ci sentiamo rinvigorire e declinare. Com’è, questo tempo senza misura?” Si tratta, ovviamente, del tempo dell’inconscio e del mondo interno, a-temporali per definizione, oppure caratterizzati dall’affastellarsi, come ben rappresenta il folgorante “Memorie del futuro” di Wilfred Bion, di parti di sé addirittura pre-natali o post-natali in perenne fermento, quindi dalla co-presenza di eoni temporali del sé differenti. .

Tempo di passaggio, di ritiro, di sonno l’autunno sembra dunque essere il viatico sognante a questo Sé atemporale profondo.

E’ proprio la “quinta stagione” presentata da Pontalis:

“Là dove il regno della fantasia domina, fiorisce una quinta stagione che dà delle prugne al melo, dei lamponi alla quercia“ (Jean Giraudoux) .

Per dirla con Caius Albicius Silus, un romanziere forse inventato, forse dimenticato dell’età romana secondo lo scrittore Quignard, la quinta stagione che qui descrivo come epitomizzata dall’autunno è in realtà presente in ogni giorno e in ogni stagione, occorrerebbe saperla scorgere:

“Vi è qualcosa che non appartiene all’ordine del tempo e che comunque ritorna ogni anno come l’autunno e come l’inverno, come la primavera e come l’estate. Qualche cosa che ha i suoi frutti e la sua luce.“ Per Pontalis, Albicius rimanda a questa vera e propria pre – stagione che erra furtivamente per tutta la vita, che incalza le stagioni del calendario, che visita un po’ le attività del giorno, spesso i sentimenti, sempre il sonno, per le vie traverse dei sogni e dei racconti nei quali questi si traducono, in questa specie di ricordo verbale che conserviamo d’essi, togliendogli ogni luminescenza ed ogni fervore.“

Essa è più presente in autunno, poiché la tristezza che reca in sé questa stagione ci induce a entrare in noi stessi. Meditiamo sulla Vergängligkeit, il tempo che passa, la transitorietà. Così si esprime Freud nella famosa passeggiata con il poeta Rainer Maria Rilke  ritratta nello scritto freudiano “Caducità”: “Supponiamo che venga un tempo in cui i quadri e le statue che ammiriamo oggi si siano sgretolate e che venga dopo di noi una razza di uomini che non comprenda più le opere dei nostri poeti e dei nostri pensatori, addirittura un’epoca geologica in cui tutto ciò che vive sulla terra sia diventato muto.”

In autunno anche noi visitiamo le terre della nostalgia, diamo valore al mondo che abbiamo perduto e stiamo per perdere. La nostalgia, strettamente interrelata al lutto e al rimpianto per la perdita, restituisce così all’esistere un suo senso e un suo spessore.

Con Proust, noi psicoanalisti crediamo non vi possa essere autentica “Recherche “ che non sia “du temps perdu”, nella doppia accezione di tempo passato e irrimediabilmente trascorso e di tempo perso, quello apparentemente “inutile” ma utilissimo della riflessione. E’ lì che rinveniamo la dignità di noi, dei nostri investimenti.

Contrariamente alla vulgata “pseudo-psi” contemporanea, che suggerisce il “lasciare andare”, il “lasciarsi alle spalle”, il “non legarsi” a mò di panacea della sofferenza, l’uomo che sa legarsi ai suoi oggetti, alle cose in cui crede e ha creduto, agli amori e ai valori, sente la profondità del “Sé”. Sente che il suo “esserci” ha un valore.

Egli dà spazio ai sentimenti, che ponendo le gemme perdute del passato in dialogo con la speranza del futuro collocano l’emozione nell’arco temporale di una biografia e la illuminano alla luce del Progetto di Sé. Egli fa le rinunce, anche sofferte, che gli consentono di realizzare i suoi ideali. Sa sacrificarsi per rendere il suo amore, la sua professione, la sua impresa grandi… come il mare.

L’uomo di valore è, insomma, uomo di valori.

Se il ricordo delle cose perdute fa soffrire… ricordiamo quanto affermò lo psicoanalista Wilfred Bion: “It’ worth to suffer pain, instead of enduring it”. Solo se il soggetto accetta la sofferenza può espandere il suo sé e contattarne il nucleo numinoso, segreto e infinito, sede delle verità scomode ma evolutive contro cui lottano le forze ostili al pensare. Non già perché vi sia del merito nella sofferenza, ma perché vi è dignità nel darle spazio dentro di noi. Un “non seno, quindi un pensiero”, diceva Bion. Una frustrazione, dunque un desiderio, affermò Freud: la constatazione di un’assenza è l’atto propedeutico al pensare, grazie al quale il soggetto perviene all’esame di realtà e alla possibilità di un differimento del soddisfacimento.

Tempo di pensieri, d’intensi desideri è dunque l’autunno… e tempo dei ricordi.

Sono i ricordi a costituire il tessuto del sé, dell’identità.

“Identità” non è una parola brutta come la vulgata post-culturale vorrebbe lasciarci intendere; identità è l’impronta insostituibile che la nostra presenza lascia nel mondo, facendo la differenza. Chi ha identità “prende posizione”, cioè uno spazio e un ruolo significativi nel tempo in cui abita.

Risvegliando la nostalgia, il ricordo, l’elaborazione delle cose vissute, l’autunno è il tempo dell’identità.

Il momento in cui “l’uomo si fa Uomo”, attingendo al “meglio di sé”, non è infatti il “qui e ora” dell’esperienza, come la vulgata massmediatica di cui sopra vorrebbe. Il momento in cui l’uomo accede all’oro filato della sua umanità è quello dell’elaborazione. Nell’elaborazione, l’uomo si pensa… dunque crea se stesso. E’ lì che conferisce significato all’esistere, è lì che sceglie e si sceglie: sceglie cioè le parti di sé che lo portano avanti e non indietro.  Sceglie di “salvare il salvabile”… oppure, quando il latte è versato, di piangerne la perdita con sincero rammarico, e piangerla disperato fino all’ultima goccia, e cantarne fino a sfondare il dolore… finché giunge il momento in cui possa darsi di nuovo un posto e un sorriso che riparino quanto è danneggiato. In essi sarà forse possibile, come all’inizio, darsi terre in cui “latte e miele” scorrano a fiumi.

Grazie all’elaborazione l’uomo non solo esce dai lutti, dalle tragedie, dai traumi, ma ritrova il pozzo lunare in cui affondano radici le idee nuove. E’ quello che Bollas chiama “inconscio ricettivo”, la cui funzione è la creatività. Cercando cercando, e accettando la fatica, la pena, il rimorso, la disillusione che lo hanno reso Uomo, egli trova l’idea, il seme, la pianta che faranno di nuovo Primavera.

Grande davvero, dice l’I-Ching, è il tempo di questa “quinta stagione”.

Forse non lo dice… ma questo, nella terra di confine dove l’Io, il sogno e le dimensioni del sé s’incontrano, è assai poco rilevante.

 

BIBLIOGRAFIA

Bion, W. R. (1979) Memorie del Futuro. L’alba dell’oblio, tr. it Raffaello Cortina 2007

Bollas, C. (1989) Forze del destino, tr. It. Borla, Roma, 1991

  • (1992) Essere un carattere, tr. It. Borla, Roma 2007

Freud, S. (1915) Caducità, in Opere, vol. VIII, Torino, Bollati Boringhieri 1966

Pontalis, J. B. (1997) Questo tempo che non passa, tr. it. Borla, Roma 1999