Passioni, sé, coscienza

Giuseppe Ferrari, Medico, Psicoanalista, Direttore Istituto Erich Fromm  (www.istitutoerichfromm.it), Psychoanalytic Fellow of the American Academy of  Psychoanalysis and Dynamic Psychiatry.

Esordirei con alcune domande alcune delle quali apparentemente semplici e scontate, ovvero: 

  • Cosa sono il piacere, il desiderio, il dolore? 
  • Da dove deriva il gusto del potere? 
  • Perché l’umore, il dolore o lo stato amoroso modificano non solo il nostro modo di agire,  ma anche il nostro modo di pensare? 
  • Quali sono i parametri biologici comuni ai comportamenti ispirati dalla pulsione sessuale e  dalla ricerca del potere? 
  • Perché io so di essere? 
  • Qual è la base biologica del sé? 

Ed ancora: 

  • Gli uomini e le donne pensano alla stessa maniera? 
  • Il cervello cambia struttura con i mutamenti dell’adolescenza? 
  • L’intelligenza è una dote innata o si può ereditare? 
  • Dove nascono le ossessioni? 
  • Dove è collocata la coscienza umana? 

Il prof. Richard Frackowiak, direttore del Functional Imaging Laboratory (University College di  Londra) lo scorso 6 ottobre 2002 in un convegno di neuroscienze tenutosi a Roma dichiarava:  “….ora sappiamo che la sede dell’anima è nel cervello e mediante le più avanzate tecniche di  neuroimmagine è possibile studiarla, comprenderne il funzionamento ed identificarne le basi  biologiche…..”. Sempre nella stessa sede veniva affermato che a fronte del fatto che il cervello  umano è composto da oltre cento miliardi di cellule nervose se ne conosce il funzionamento di  appena il 5-10%. Inoltre, seppur da più di 100 anni si è a conoscenza dell’esistenza, accanto ai  neuroni, della glia (che significa colla) che si pensava fosse solo di sostegno ai neuroni, nell’ultimo  anno è diventato chiaro che gli astrociti sono fondamentali nel processo della trasmissione nervosa.  Infatti il rapporto che si pensava fosse a due (comunicazione tra neurone pre-sinaptico e neurone  post-sinaptico) si è visto che spesso è a tre (neurone pre-sinaptico, neurone post-sinaptico e  astrocita che avvolge la sinapsi). L’astrocita riceve l’imput dal neurone pre-sinaptico, libera a sua  volta un neurotrasmettitore, per lo più, che influenza il neurone post-sinaptico; inoltre, poiché un  singolo astrocita si connette a diverse sinapsi, si realizzano collegamenti tra neuroni non in diretto  contatto tra loro. Questa sinapsi a tre è molto diffusa nel cervello, soprattutto in aree cruciali quali  l’ippocampo (memoria), l’ipotalamo ed il locus ceruleo (sistema dello stress). Ma le funzioni delle  cellule gliali vanno sicuramente ben oltre in quanto intervengono nei meccanismi metabolici, di  difesa immunitaria e di rigenerazione del tessuto nervoso. Si è appena scoperto che nella  depressione maggiore e nella schizofrenia si ha una perdita importante di glia. La glia quindi  introduce una nuova variabile funzionale, attualmente quasi sconosciuta, del tessuto nervoso  (nell’uomo ci sono 10 cellule gliali per ogni neurone, nel verme 1 cellula gliale ogni 5 neuroni) che  va a sommarsi all’altro 90-95% relativo al tessuto neuronale da conoscere in termini di  funzionamento.  

Solo come flash conoscitivo cito la molto suggestiva proposta ( Nature, novembre 2002) di Darryl  R.J. Macer (biologo dell’Università di Tsukuba, Giappone) che suggerisce di applicare gli strumenti  della scienza (mappa del genoma) alle idee generate dalla mente umana con l’obiettivo finale di costruire “…una mappa che descriva la diversità delle idee prodotte da un essere umano in  qualunque situazione o dilemma…” (mappa dell’ideoma) (lo studio è partito nel febbraio 2003). Il  presupposto che ha condotto Macer a questa ipotesi è che, a suo dire, “…il numero delle idee è  finito….…così come pure è limitato il numero delle opzioni possibili di cui si dispone quando si è  alle prese con un dilemma…”. Inoltre, sempre secondo Macer “…se definiamo un’idea come la  concettualizzazione mentale di qualcosa, inclusi oggetti fisici, azioni e comportamenti avuti o che si  potrebbero avere in futuro, oppure esperienze sensoriali passate, presenti o future, ecco che per  avere l’ideoma basterà mappare tutte le idee legate ad ogni possibile scelta di ogni reazione  possibile insieme a tutte le reazioni effettivamente avute in ciascun caso…”. A me personalmente  sembra trattarsi dell’ennesimo tentativo di ingabbiare la mente, ancora sconosciuta, attraverso una  categorizzazione di classi di idee pre-definite. L’antico dibattito mente/cervello è quindi ancora  apertissimo e credo che solo attraverso un “dialogo tra le diverse discipline quali filosofia,  sociologia, etica, teologica, psicologia, genetica, immunologia, neurologia, endocrinologia,  neuroimaging” si possa giungere a risposte plurime e transdisciplinari (qualcuno suggerisce un  neologismo “esistenziologia”). 

Propongo, a questo punto, di ripartire dal passato, cercando di ripercorrere in senso culturalmente  confluente i diversi aspetti del sapere umano sul funzionamento della mente. Se si sommasse il tempo che l’uomo passa ad avere fame e sete, a sentirsi travolto dal desiderio, a  reprimere o a soddisfare sia un bisogno di potenza o di affetto sia semplicemente i suoi bisogni  corporali, ci accorgeremmo che quasi non gli resta il tempo per l’esercizio esclusivo di quelle che si  intendono “funzioni nobili” della specie, quali sono il pensiero ed il linguaggio. 

Poiché la nostra educazione è fondata sulla presenza costante del peccato noi abbiamo scoperto  molto presto che si poteva, come dice Tommaso d’Aquino, soffrire del contrasto tra l’appetito  intellettivo, in cui si manifesta l’impero della volontà e l’appetito sensitivo, soggetto delle passioni  umane (Summa thelogiae, I, 20, 1-10). 

Ma queste passioni erano così cattive, come proclamava una tradizione morale violenta che risaliva  agli stoici? 

Erano malattie dell’anima che si dovevano estirpare ad ogni costo? 

Non era forse una conseguenza di questo moralismo l’esilio imposto alle passioni dagli scienziati,  che le relegavano nei bassifondi del cervello e nelle paludi degli umori, riservando all’esercizio  della ragione le nobili distese della corteccia cerebrale, sempre più vaste quanto più l’evoluzione  avvicinava la bestia all’angelo? 

Obbligato a dichiarare la mia appartenenza al gruppo di coloro che si occupano del pensiero o di  coloro che si occupano delle passioni scelgo, in questa circostanza, di fare riferimento a dati  scientifici e biologici. 

Proprio facendo riferimento a dati di neurofisiologia, quindi biologici, vedremo come questi  contraddicono l’idea tenace secondo cui l’istinto cieco è prerogativa animale in contrasto con  l’idea cartesiana che l’intelligenza cosciente ed umana è fondata sul ragionamento e sul discorso

Cureau de La Chambre, contemporaneo di Cartesio, afferma che l’istinto non solo non è  incompatibile col ragionamento, anzi lo presuppone.

L’appetito, per esempio, è preceduto da due proposizioni, una dice che si tratta di cosa buona, l’altra  che la si può fare e che l’operazione è la conclusione che chiude e mette fine a queste due  proposizioni. 

Mi sembra di poter affermare che non potrebbe esserci migliore definizione di quelle che oggi sono  chiamate funzioni cognitive, di cui si riconosce l’importanza della genesi dei comportamenti umani,  accanto alle associazioni meccaniche tra stimoli e relative risposte. 

Ma cosa si intende per passioni? 

Se si considera l’uomo in quanto essere che agisce ed ha il controllo del proprio comportamento, ci  si scorda troppo della componente passiva, ovvero di quando subisce la fame e la sete legate ai  bisogni del proprio corpo, o la sofferenza legata ai dolori, o il piacere o la frustrazione legati alla  vita affettiva. 

Al momento chiamerò quindi con il termine passioni tutto ciò che l’uomo e gli animali subiscono

Mi ricollego quindi al significato originario del termine, che deriva da patire; esso indica uno stato  passivo, che lo contrappone al movimento ed all’esercizio della volontà. 

E’ forse significativo il fatto che il termine passioni, usato comunemente dai filosofi e dai fisiologi  del passato sia scomparso dal linguaggio della psicologia e dalla biologia contemporanea, dove è  sostituito dal termine emozioni, che al contrario implica la nozione di movimento

Il materialismo meccanicistico che ha ispirato la fisiologia neuronale si è disinteressato a lungo  delle passioni. 

L’ideologia neuronale non può fare a meno del movimento

L’io neuronale elabora le immagini-movimenti e l’azione rappresenta la forza di auto organizzazione del cervello. 

Le emozioni, al contrario delle passioni, sono azioni-comportamenti. 

L’io passionale sarebbe viceversa un io passivo che subisce i vincoli dell’ambiente e della specie,  un io umorale che si potrebbe contrapporre all’io neuronale. 

Credo comunque che sia un errore considerare le passioni come gli effetti puramente passivi della  presenza dell’essere nel mondo. 

Mi sembra, al contrario, che le passioni siano parte integrante dell’essere e fondino la sua realtà  esistenziale

Tutte le passioni possono essere ricondotte al piacere, al dolore, al desiderio. In tutte si trovano come elementi costitutivi: 

l’idea di sé o della propria vita, 

l’inclinazione alla autoconservazione, 

la capacità di favorire o contrastare questa inclinazione. 

  1. Muller (fisiologo tedesco) nel 1826 asserisce che il desiderio è il solo ed unico appetito, una sola  ed unica tendenza originaria a conservare ed estendere il potere della propria esistenza.

Proseguendo con questo ragionamento, sempre J. Muller, giunge al concetto, che il desiderio  determina movimenti dell’appetito attraverso i quali l’anima cerca di avvicinarsi al bene e di  allontanarsi dal male. 

Forse il desiderio non è molto lontano da quello che molti chiamano amore. 

Anche S. Freud afferma che tutti i movimenti che turbano la nostra anima non sono altro che amori  camuffati e che i nostri timori, desideri, speranze, disperazioni, piaceri e dolori sono la faccia con  cui si presenta l’amore a seconda che abbia o non abbia successo. 

Bowlby (Attaccamento e perdita, Boringheri) con l’introduzione del concetto di attaccamento amore mostra questo carattere fondamentale dell’amore concepito come l’attributo esclusivo del  desiderio. 

Procedendo in questi termini si rischia di perdersi in un magma di riflessioni e controriflessioni,  citazioni e controcitazioni, tutte rispettabili, vere e/o verosimili, condizionate comunque da  fenomenologie culturali. 

Il problema delle passioni/emozioni e dei rapporti con altre attività mentali (da quelle cognitive  alla coscienza) viene spesso affrontato nell’ambito di una antica dicotomia; da un lato vi sono  appunto le passioni/emozioni (considerate antiche e primitive dal punto di vista evoluzionistico),  dall’altro vi sono le attività cognitive e le funzioni cerebrali superiori, in gran parte dipendenti da  una corteccia cerebrale espansa, tipica della specie umana. 

Qual è il ruolo delle passioni/emozioni e qual è il rapporto tra esse e le altre funzioni  cerebrali? 

Le passioni/emozioni rappresentano una modalità di reazione sia alle richieste del nostro mondo  interno (di cui fanno parte i bisogni), sia del mondo esterno, della realtà che ci circonda, che genera  aspettative e soddisfacimenti ma anche disillusioni e frustrazioni. 

Considerate in tal senso, le passioni/emozioni si presentano come una valutazione del divario  esistente tra la nostra visione del mondo ed i segnali provenienti dal mondo stesso. L’aspetto esperenziale delle emozioni viene oggi contrapposto da numerosi psicologi all’altro  aspetto, quello istintivo, secondo cui gli uomini amerebbero, odierebbero, proverebbero paura,  gioia, o rabbia sulla base di un programma biologico, iscritto nella natura umana e, in misura non  molto diversa, in quella animale. 

La contrapposizione tra teorie psicologiche istintualiste ed esperenziali-cognitiviste si inserisce  nell’ambito di un antico dibattito filosofico: da un lato esiste un modo di guardare alle  passioni/emozioni come a qualcosa di meccanicistico – e quindi innato – in quanto le  passioni/emozioni non rappresenterebbero che un aspetto delle sensazioni e percezioni, cioè una  attività comportamentale passiva (Cartesio, David Hume, John Dewey); dall’altro vi sono filosofi  (Franz Brentano, Jean-Paul Sartre) che considerano le emozioni alla stregua di giudizi di valore,  ovvero fenomeni complessi mentali che riflettono i nostri rapporti con il mondo che ci circonda. 

In un articolo del 1884 sulla rivista “Mind” intitolato What is an emotion?, William James  stravolge le concezioni dei fisiologi e degli evoluzionisti, sostenendo che le espressioni facciali e le  reazioni viscerali che si accompagnano alle passioni/emozioni non sono il prodotto di uno stato  emotivo a livello cerebrale; al contrario, i cambiamenti che si verificano all’interno dell’organismo  sarebbero di per se stessi le emozioni. 

Nella teoria dell’emozione (William James, Carl G. Lange danese) si sostiene infatti che la  percezione di un evento esterno suscita, per via riflessa, risposte corporee, per esempio la fuga o l’avvicinamento, insieme con reazioni del sistema nervoso autonomo, e che queste reazioni  percepite dal cervello, vengono lette come emozioni; secondo un aforisma, la teoria di James e  Lange implica che “non si fugge perché si ha paura, ma si ha paura perché si fugge”. Verso la fine degli anni venti il fisiologo americano William B. Cannon sostiene invece una teoria  opposta asserendo che “…anche quando i visceri vengono isolati chirurgicamente dal resto del  corpo o sezionati i nervi sensoriali, lasciando in tal modo il cervello privo di informazioni sullo  stato della periferia, le emozioni non cessano”. 

A proposito di questo nel Congresso mondiale di gastroenterologia tenutosi a Milano nel dicembre  2004 si affermava che: 

  1. il 97% della serotonina è prodotta e immagazzinata nelle cellule enterocromaffini  intestinali; 
  2. 9/10 delle fibre vagali veicolano stimoli dall’intestino al cervello e solo 1 dal cervello  all’intestino; 
  3. l’intestino svolge la propria funzione anche se denervato ed il suo plesso sottomucoso può  operare in assoluta autonomia, ciò spiega il fatto che quando si percepiscono disturbi  gastrointestinali (gonfiore, dolore, tensione, nausea) essi condizionano lo stato dell’umore 

Quindi, mentre l’affermazione di B.Cannon indicherebbe le emozioni come fenomeni “centrali”,  che si svolgono nel cervello, questa recentissima scoperta suggerisce invece la presenza di una  specie di “doppio cervello”, uno centrale ed uno periferico che possono generare emozioni  autonomamente e/o interagendo. 

Le due teorie, quella periferica di James e Lange e quella centrale di Cannon, si fronteggiarono a  lungo, senza che si potesse giungere alla conclusione se noi soffriamo perché piangiamo (James e  Lange) o se piangiamo perché soffriamo (Cannon). 

La situazione è rimasta pressocchè in stallo fino alla fine degli anni sessanta, quando lo psicologo  Stanley Schachter sostiene che esiste uno stato viscerale comune a tutte le emozioni, malgrado la  diversità delle sensazioni ed emozioni evidenti: quindi l’attivazione dei visceri sarebbe stata una  condizione necessaria per l’esperienza emotiva (la componente prettamente biologica), ma questa  sarebbe dipesa, secondo Schachter, da valutazioni di tipo cognitivo, dalla percezione dello stato  interno e del mondo esterno. 

In definitiva con la teoria di Schachter emozione e cognizione si fondono in primo luogo a causa  della connotazione emotiva delle memorie

Numerosi studi hanno indicato non solo che l’emozione rappresenta una delle fondamentali  dimensioni delle memorie in grado di fornire maggiore o minore pregnanza ai ricordi, ma anche  che l’emozione agisce più in generale sulla solidità dei processi di memorizzazione, facendo sì che  alcune esperienze vengano codificate in modo più duraturo quando esse si accompagnino ad una  attività emotiva. 

Insomma l’emozione non solo darebbe colore ai ricordi ma contribuirebbe a promuovere la  formazione e la stabilità nel tempo

  • Ma attraverso quali processi si verifica una attivazione emotiva? 
  • cosa da luogo all’attivazione viscerale? 
  • cosa porta a quelle modifiche del nostro stato interno che ci fanno sentire emozionati? A questi interrogativi ha dato una risposta uno psicologo, Nico H. Frijda, secondo cui un’emozione  è legata ad un evento scatenante che viene percepito, decodificato ed infine valutato in rapporto alle  proprie preoccupazioni in termini di priorità delle risposte adatte per reagire adeguatamente  all’evento.

Ciò comporta una prontezza all’azione, il vero nucleo centrale dell’emozione, delle variazioni  fisiologiche quali l’aumento della frequenza cardiaca, ed altre modificazioni che possono prepararci  all’azione oppure alla situazione opposta, ovvero il blocco dell’azione. 

Il vero nucleo centrale dell’emozione sembra essere una discrepanza di tipo percettivo-cognitivo,  ovvero un conflitto tra le aspettative che un individuo ha in rapporto ad una situazione particolare  e lo stato del mondo reale. 

Le emozioni, quindi, lungi dall’essere ciechi meccanismi istintuali, sono come una cartina al  tornasole che ci da informazioni sul mondo che ci circonda; esse ci rivelano una realtà ricca di  eventi che producono uno stato di discrepanza e l’interruzione delle nostre aspettative è ciò che  genera risposte viscerali che vengono lette in termini di emozioni diverse a seconda delle  interpretazioni cognitive. 

Secondo Alberto Oliverio (psicobiologo e psicofarmacologo1995) è l’imperfezione del mondo che  ci spinge ad emozionarci; la nostra mente nota quelle situazioni in cui si verifica l’inatteso, i  momenti in cui il nostro procedere verso scopi che ci siamo prefissi viene accelerato o bloccato. 

E’ a questo punto che si manifesta l’emozione ed essa ci prepara in vista dell’azione successiva; se  una parte del nostro scopo viene raggiunto siamo felici e procediamo verso una tappa successiva,  sospinti dalla attivazione emotiva che ci accompagna al nostro raggiungimento e che viene  incorporata nei nostri schemi mentali. 

Se invece i nostri piani vengono bloccati, si genera una sensazione di inappagamento, di ansia, che  ci porta ad analizzare la situazione in cui siamo calati ed i nostri desideri, aspirazioni e scopi. Anche  in tal caso le modifiche del nostro stato interno, l’attivazione viscerale, le alterazioni del SNA,  vengono percepite da noi come un turbamento interno, uno stato di instabilità conscia o inconscia  che da un significato alla realtà. 

L’emozione in sostanza, deriva da una valutazione della realtà ed al tempo stesso promuove  successivi riadattamenti e ristrutturazioni

Pur dimostrando una parentela con antichi meccanismi istintuali e moduli comportamentali,  l’emozione mostra sempre più la sua integrazione con le altre funzioni mentali; essa connota le  dimensioni della memoria come quelle, tutt’altro che asettiche e disincantate della coscienza. 

A questo punto entra in campo il concetto del Sè

Per Damasio (Emozione e Coscienza, Adelphi, 2000), il Sé è un fenomeno privato che è parte di  quel fenomeno chiamato mente. 

Punto di partenza è quella che lui chiama la coscienza nucleare, un fenomeno primordiale di  autoidentificazione, che condividiamo con altri animali superiori, alla cui base sono le emozioni,  eventi strettamente biologici, su cui poi sviluppiamo i sentimenti (paura, fame, sesso, rabbia) che  hanno come motore l’integrazione tra l’organismo ed il mondo oggettuale, la rappresentazione  cerebrale degli stati del corpo, che per Damasio costituisce il Proto-Sè (ossia la mappa cerebrale  degli stati fisici dell’organismo che egli definisce appunto coscienza nucleare, primo cardine  dell’autoindividuazione). 

Ma questo Proto-Sé non è cosciente: rappresenta semmai quella parte del Sé che impara a  conoscere, a separarsi dall’universo delle percezioni che affluiscono ai nostri centri nervosi.

Solo successivamente, anche se sulla base principale di questo primordiale Proto-Sé, comincia a  formarsi la coscienza estesa, tipica solo della specie umana, in cui confluiscono memoria,  linguaggio, cultura, biografie individuali, che danno luogo a quello che Damasio definisce il re di  questo mondo sotterraneo, ovvero il Sé autobiografico

Il Sé autobiografico è un aggregato nella ancora ignota coscienza nucleare, ove si verificano i  processi conoscitivi e dove comincia a formarsi la coscienza estesa ed in essa la coscienza morale,  che ci rende membri responsabili della nostra specie

La sede fisica della coscienza nucleare, dove vengono processate le informazioni che giungono dal  corpo e dal mondo esterno è il tronco encefalico (struttura cerebrale molto antica), mentre la  coscienza di tipo superiore richiede l’intervento della corteccia, ossia della parte più recente  dell’encefalo, e principalmente della memoria autobiografica. 

Lo studio di alcune patologie cerebrali ci dice che la presenza della coscienza richiede l’integrità  del tronco encefalico e, in esso, della formazione reticolare, cioè delle vie che processando le  informazioni che giungono dall’organismo rendono possibile la rappresentazione cerebrale degli  stimoli provenienti dal mondo. 

In pratica per Damasio la coscienza dipenderebbe da regioni evolutivamente più antiche,  situate nelle profondità del cervello

Per Edelman e Tononi (Un universo di coscienza, Einaudi, 2000) invece è da escludersi che la  coscienza possa essere prerogativa di una sola e ben individuabile parte del cervello e sostengono  che essa è il prodotto di aree disperse nel sistema talamo-corticale ( in pratica nella gran parte  dell’encefalo: il talamo, parte più antica e la corteccia la parte più evoluta). 

La coscienza, quindi, come sistema neurale, coinvolgerebbe ampie popolazioni di neuroni, mentre  nessuna area specifica sarebbe responsabile dell’esperienza cosciente. 

Anche i contenuti della coscienza probabilmente sono elaborati a livello della corteccia

La coscienza (e forse la mente) nascerebbe quindi dal dialogo tra diverse aree neuronali, dalla  rielaborazione e processazione delle informazioni, un processo che, data l’unicità storica di ogni  cervello, ne sancisce quindi l’irripetibilità del modo di funzionare di ogni mente. 

Secondo Edelman e Tononi è dunque impossibile non solo la creazione di una autentica  intelligenza artificiale, ma anche di qualsiasi forma di clonazione in quanto non è clonabile ciò  che è irripetibile

Linguaggi, storia, culture, ambienti, vicende individuali fisiche e mentali, costituiscono dunque nel  loro intreccio quel nodo cosmico che non è l’uomo in generale, ma ogni singolo uomo, ponte tra  l’universo della materia e quello della conoscenza, tuttora, e forse per sempre, luogo di sintesi e di  mistero. 

Ma quale è stato e qual’è il ruolo culturale della psicoanalisi in tutto questo? 

All’inizio del suo percorso intellettuale Freud, si proponeva di fondare una scienza della mente, ma  gli strumenti di cui disponeva erano inadeguati. Per questo Freud lasciò cadere l’aspetto cosiddetto  scientifico del suo progetto intellettuale e fece sdraiare i suoi pazienti sul lettino, invitandoli a  parlare liberamente della loro infanzia, sogni e fantasie. Questa tecnica lo portò a formulare la teoria rivoluzionaria che la mente umana è un teatro di bramosie e aggressività, di impulsi oscuri,  autoinganni e sogni carichi di significati criptici. Curiosamente, proprio quando la scienza sembrava  allontanarsi dalla visione freudiana, i ricercatori hanno cominciato a valutare le intuizioni di Freud  in quanto le loro osservazioni le validavano (sei anni fa nasceva la rivista Neuropsychoanalysis).  

E’ noto che la chiave della teoria freudiana consiste nel considerare le pulsioni come fenomeni  inconsci che plasmano il comportamento senza la mediazione della coscienza ed affiorano, in forme  molto dissimulate, nei sogni.  

Oggi i neuroscienziati hanno scoperto che le pulsioni di cui parla Freud esistono e scaturiscono dal  sistema limbico (parte primitiva del cervello operanti in gran parte al di sotto della soglia della  coscienza). Le pulsioni, ora definite emozioni, rientrano in 5 categorie: rabbia, panico, angoscia da  separazione, voluttà e bramosia. Lo studio della bramosia si è rivelato particolarmente fruttuoso per  gli scienziati (J. Panksepp negli anni ‘80) in quanto hanno visto che, pur partendo dal sistema  limbico, coinvolge anche parti del prosencefalo (sede delle più alte funzioni mentali).  

Quando Mark Solms ha analizzato di recente l’attività onirica ha visto che la struttura cerebrale  chiave del processo onirico è di fatto la stessa (zona ventrale segmentale) che Panksepp aveva  identificato come quella della bramosia. I sogni sembrano dunque trarre origine dalla libido, come  aveva già ipotizzato Freud. 

La psicoanalisi può essere quindi considerata la poesia della fisica in quanto tutto il corpo di  ricerca psicoanalitico è un sistema formale come qualsiasi altra scienza, basata su principi  analizzabili scientificamente, ma i principi di questo sistema formale sono stati espressi con figure  metaforiche, quasi mitologiche, per rappresentare il pensiero, o meglio le radici dei nostri  pensieri: i protopensieri, ora descrivibili in termini matematici e biologici. 

E’ come se gli psicoanalisti avessero sempre intuito e talvolta capito il sistema logico-formale ma  non avessero avuto gli strumenti per far aderire il modello alla realtà, se non con modelli simboli. 

Quale posizione assume E. Fromm in relazione a queste problematiche? 

In Anatomia della distruttività umana pubblicato nel 1973, egli conduce una lucida analisi relativa  alla storia culturale ed alla definizione scientifica delle passioni/emozioni, del sé e della coscienza. 

Parte dalla identificazione del gruppo degli istintivisti (James et al.) e individua in W. McDougall  colui che ha creato un ponte tra l’istintivismo e la teoria freudiana. 

Asserisce infatti che “…per McDougall il nucleo dell’istinto è una propensione, un desiderio, e  questo nucleo affettivo-congenito di ciascun istinto sembra in grado di funzionare con indipendenza  relativa sia da quella conoscitiva che da quella motoria della disposizione istintiva complessiva…”. 

Sempre Fromm definisce neo-istintivisti S. Freud e K. Lorenz. 

  1. Freud unificò tutti gli istinti in due categorie: istinti sessuali e istinti di auto-conservazione,  considerandole le due forze che dominano l’uomo (Introduzione alla Psicoanalisi); a partire dagli  anni 20 questo quadro cambiò completamente. 

In L’Io e l’Es (1923) e nei suoi scritti successivi, Freud postulò una nuova dicotomia: quella tra  l’istinto di vita (Eros) e tra l’istinto di morte (distruttiva o auto-distruttiva); affermava che se  mescolato alla sessualità, l’istinto di morte si trasforma in impulsi più innocui, espressi nel sadismo  e nel masochismo. 

Per Freud quindi, nella prospettiva dell’istinto di morte, l’aggressione non era essenzialmente una  reazione agli stimoli, ma un impulso che scorreva in continuazione, radicato nella costituzione  dell’organismo umano.

J.B.Watson (1914 New York) fonda il comportamentismo basato sulla premessa che  “…argomento della psicologia umana sono il comportamento o le attività dell’essere umano”.  Come nel positivismo logico, sono esclusi i concetti soggettivi, che non possono essere osservati  direttamente, quindi “sensazione, percezione, immagine, desiderio…” (J.B.Watson, 1958). 

Successivamente il neo-comportamentismo con Skinner definisce la psicologia come la scienza  della tecnica del comportamento il cui scopo è trovare le modalità adatte per produrre il  comportamento desiderato

In riferimento a queste due posizioni contrapposte E. Fromm assume un atteggiamento di dura  critica. 

Egli sostiene che “…il problema più importante è la differenza tra pulsioni organiche (cibo, lotta,  fuga, sessualità, un tempo chiamate istinti), aventi la funzione di garantire la sopravvivenza  dell’individuo e della specie, e le pulsioni non organiche (passioni radicate nel carattere), non  programmate filogeneticamente e non comuni a tutti gli uomini: il desiderio d’amore e di libertà,  distruttività, narcisismo, sadismo, masochismo. 

Spesso queste pulsioni non-organiche, che costituiscono la seconda natura dell’uomo, sono confuse  con quelle organiche.” 

La tesi di Fromm è che “..distruttività e crudeltà non sono pulsioni istintuali, ma passioni radicate  nell’esistenza complessiva dell’uomo. Rappresentano un modo di dare un senso alla propria  vita………e affondano le radici nella condizione umana…”. 

Introduce quindi il concetto ancora molto attuale secondo cui esistono due tipi di pulsione, quelle  radicate nell’istinto e quelle radicate nel carattere

Il problema resta nella definizione della modalità con cui si manifestano biologicamente tali  funzioni; ovvero quali sono i passaggi energetici e bio-umorali attraverso cui si manifesta uno stato  d’animo piuttosto che un altro. 

Introduciamo dunque due concetti fondamentali quello della psiconeuroendocrinologia e della  psiconeuroimmunologia che hanno definito una nuova fondamentale area di ricerca, quella che  riguarda tutto il capitolo delle neuroscienze. 

25 anni fa si è cominciata a studiare l’interazione esistente tra ormoni (che erano gli umori degli  antichi greci e non si tratta solo di assonanza linguistica con l’umore inteso come stato psichico) e  cervello, in particolare la conseguenze delle influenze neuroendocrine sulle funzioni cerebrali e  comportamentali e dell’attività del sistema nervoso sulla regolazione neuroendocrina. 

E’ stato introdotto il concetto morfologico e funzionale dei neurotrasmettitori neuromodulatori e loro interazioni; delle vie neuropeptidergiche encefaliche; delle influenze  neuroendocrine sul comportamento e della regolazione del sistema neuroendocrino da parte  dell’encefalo. 

Si è sviluppata la ricerca sulle alterazioni nell’attività endocrina come conseguenza di malattie  psichiatriche e sulle patologie psichiatriche conseguenti a disturbi endocrini sino a giungere a  rilevare la presenza di alterazioni funzionali del sistema endocrino quale possibile causa di  psicopatologia. 

Sempre a metà anni 70, quando in medicina si assisteva all’affascinante sviluppo delle conoscenze  sul sistema immunitario che permetteva di comprendere in modo nuovo le basi di molte patologie,  dalle allergie ai tumori, alle malattie ed ai fenomeni autoimmuni, la psicologia e la psichiatria erano  estranee ed il possibile rapporto del sistema immunitario era solo una intuizione curiosa. 

Nel 1977, un lavoro di Bartrop (Australia) aveva segnalato uno stato di immunodepressione in  soggetti in lutto; da quel momento la psiconeuroimmunologia e cresciuta sempre più sino a giungere a correlare situazioni di stress di vario livello a patologie autoimmunitarie ed inoltre a  definire i rapporti tra dimensione affettiva e sistema immunitario. 

COSCIENZA ED EMOZIONE 

DAMASIO (Emozione e Coscienza, Adelphi 2000): 

Coscienza nucleare (fenomeno primordiale e primo cardine dell’autoidentificazione tipico dei  primati con sede fisica nel tronco encefalico) alla cui base sono le emozioni (fenomeni strettamente  biologici) su cui si sviluppano i sentimenti (paura, fame, sesso, rabbia etc.) che hanno come motore  l’integrazione tra l’organismo ed il mondo oggettuale (ovvero la rappresentazione cerebrale  degli stati del corpo che rappresenta il Proto-Sé). 

Coscienza estesa: il Proto-Sé non è cosciente, ma su questo comincia a formarsi la coscienza  estesa (tipica della specie umana e richiede l’intervento della corteccia cerebrale), in cui  confluiscono la memoria, il linguaggio, la cultura, il vissuto, che determina il Sé autobiografico. Coscienza morale: il Sé autobiografico è la sede il cui si verificano i processi conoscitivi ed ove  comincia a formarsi la coscienza estesa ed in essa la coscienza morale che ci rende responsabili  della nostra specie. 

La coscienza di tipo superiore richiede l’integrità del tronco encefalico e della formazione  reticolare in quanto essa costituisce le vie che processando le informazioni che giungono  dall’organismo rendono possibile la rappresentazione cerebrale degli stimoli provenienti dal mondo  esterno. 

EDELMAN e TONONI (Un universo di coscienza, Einaudi 2000): 

Escludono che la coscienza possa essere individuabile in una sola parte del cervello sostenendo  invece che è il prodotto dell’interazione di aree disperse del sistema talamo-corticale. La coscienza e forse la mente nascerebbe dal dialogo tra diverse aree neurali, dalla  rielaborazione e dal processamento delle informazioni. Tale processo, data l’unicità storica di  ogni cervello, ne determinerebbe l’irripetibilità del modo di funzionare di ogni mente (impossibile  quindi creare una vera intelligenza artificiale e qualsiasi tipo di clonazione). 

STRUTTURE FUNZIONALI DELLA MENTE 

Si possono ipotizzare 2 strutture funzionali della mente responsabili entrambe dello stato di  coscienza: 

struttura neurale di dimensioni cellulari alla quale corrisponde la trasmissione di informazioni in  forma di depolarizzazione della membrana plasmatica (Eccles con la Teoria dello Psicone.  Edelman con la Teoria Generale dei sistemi neuronali che parla di mappa neurale, rientro,  qualia) 

struttura microneurale (Penrose con la teoria della conduzione quantistica dell’impulso  nervoso, Hameroff che che con l’utilizzo degli anestetici giunge alla conclusione che la coscienza  è mediata dalle interazioni dei dimeri di tubulina

Tali due strutture funzionali sono legate alla conduzione dell’impulso nervoso STRUTTURA NEURALE 

Lo Psicone ( per Eccles ogni evento mentale quale un’idea, un desiderio ) è in grado di agire sul  dendrone ( strutture dendritiche che si organizzano in fascicoli ricchi di sinapsi che formano  microunità strutturale della corteccia ) senza l’intervento delle unità microtubulari.

Il meccanismo attraverso cui viene trasmesso un impulso all’interno dei dendroni è l’esocitosi di  vescicole sinaptiche (meccanismo chimico che avviene ad elevatissima velocità nell’ordine dei  femtsecondi). 

In pratica un evento mentale (psicone quindi idea, desiderio etc.) agisce sul dendrone  determinando l’esocitosi che è una reazione chimica che determina un trasferimento di energia con  un incremento di temperatura e fuoriuscita (esocitosi). 

In tale situazione possono sovrapporsi eventi distinti: 

principio della co-presenza degli eventi, ovvero un evento è e non è allo stesso tempo; principio degli eventi controfattuali, ovvero un evento può verificarsi senza la causa che l’ha  determinato. 

Queste modalità non riescono ad identificare i tempi di attuazione. 

Edelman (immunologo): 

Mappa neuronale: descrive la presenza nel sistema nervoso centrale di Mappature Globali, (sia  motorie che sensoriali) rientranti che interagiscono con regioni non dotate di mappe come quelle del  tronco encefalico, dei gangli basali, dell’impocampo e di parti del cervelletto; Rientro: non si tratta di una semplice retroazione in quanto implica la campionatura parallela in vie  multiple sia nel tempo che nello spazio. 

Qualia: percezioni, sensazioni costituenti ciò che si prova ad essere X, stati della mente in termini  di discriminabilità, modalità, intensità, continuità, proprietà spaziali e temporali. 

STRUTTURA MICRONEURALE 

(Nano-Sistema nervoso centrale) 

Le cellule presentano 2 elementi fondamentali il nucleo ed il citoplasma. 

All’interno del citoplasma vi sono strutture costituenti il citoscheletro (struttura portante  responsabile degli eventuali spostamenti, del trasporto di sostanze, dei processi di movimento, della  fagocitosi o della divisione cellulare). 

Il citoscheletro è formato dai microtubuli

I microtubuli sono strutture cilindriche ed hanno un ordine ciclico (polimeri formati da 2 ordini  di tubulina-tubulina e tubulina che formano un dimero di tubulina) . 

Il dimero di tubulina è l’unità strutturale del microtubulo. 

I microtubuli determinano il mezzo attraverso cui sarebbe organizzato il trasporto di  informazioni in forma di energia. 

La trasmissione di energia all’interno dei microtubuli avviene sotto forma di quanti (fotoni); 

Gli anestetici generali agiscono nei microtubuli interferendo con i passaggi di elettroni tra i  dimeri di tubulina e determinano l’annullamento dello stato di coscienza; 

La coscienza sarebbe quindi mediata dalle interazioni dei dimeri di tubulina; 

Hameroff afferma che nelle 2 conformazioni assumibili di tubulina vi è la co-presenza di due  eventi opposti nello stesso tempo e successivamente il risultato deriva dal passaggio o non  passaggio dell’energia attraverso il tubulo.

In questo intervallo spazio-temporale si materializzano 2 differenti disposizione dei dimeri di  tubulina che potrebbero corrispondere a 2 idee, 2 alternative di 2 opposti. Queste sarebbero il  corrispettivo biologico dei Proto-pensieri (radici dei pensieri). 

PARTE III: ANALOGIE TRA PSICOANALISI E MECCANICA QUANTISTICA

Per quanto riguarda la meccanica quantistica possiamo considerare tre principi

Non esiste descrizione del tempo in cui sia possibile una distinzione tra prima e dopo; La realtà non è influenzata dalla negazione; 

vi è un trasferimento di energia tra un fotone e l’altro. 

Dalle teorie del processo primario in psicoanalisi vi sono tre principi sovrapponibili a quelli  della meccanica quantistica: 

Passato e futuro si sovrappongono: la successione del tempo non ha significato; non esistono le contraddizioni senza senso; 

vi è trasferimento di energia da un’idea all’altra. 

Come in fisica l’energia è descritta dalla natura indeterminata (corpuscolare o ondulatoria), è  possibile considerare i neuroni come strutture organizzate in 2 livelli di trasmissione di  informazione: 

Livello neurocorpuscolare dove la trasmissione dell’impulso si realizza dalla polarizzazione della  membrana; 

livello neuromodulatorio in cui la modificazione dei dimeri di tubulina all’interno della struttura  dei microtubuli determina il passaggio di informazioni in forma quantistica . 

FISICA PSICOANALITICA 

Neuroni e Microtubuli: 

Hameroff da per scontata la trasmissione per de-polarizzazione della membrana (cellulare) e la  trasmissione microtubulare quantica (nanocellulare) e definisce questa unità funzionale  Nucleone. 

Nel punto di congiunzione tra la struttura cellulare e quella microtubulare (giunzioni dendritiche)  sarebbe presente una cosiddetta MAPs (Proteina associata ai microtubuli) avente la funzione di  trasporto di informazioni fotoniche avvenute all’interno dei microtubuli. 

I siti di attacco delle MAP agiscono come nodi che sintonizzano ed organizzano le oscillazioni  quantistiche e predispongono le possibilità e le probabilità del collasso degli stati quantici nella  realtà che è un pensiero

Conscio ed Inconscio (o sistema conscio-inconscio?): 

Le strutture implicate con i processi coscenziali (circuiti cortico-talamo-corticali che funziona ad  una frequenza di 40 Hz) sono connesse con le strutture microtubulari, connesse a loro volta con  alcuni organuli e dispositivi citoplasmatici che sono le giunzioni e le MAPs.

L’energia che attraversa i circuiti cortico-talamo-corticali (Coscienza ?) ed i microtubuli  (Inconscio ?) è la stessa, ma si differenzia solo in 2 forme diverse (depolarizzazione di membrana  e oscillazione quantistica tra stati antitetici rappresentati dal diverso orientamento dei dimeri di  tubulina)

In pratica viene affermata la inconsistenza della importanza di distingure lo stato di coscienza  dall’inconscio in quanto si parla di unica unità funzionale (NUCLEONE) dove l’interazione  tra i due mondi avviene secondo leggi diverse, quella della dimensione cellulare riguarda il  mondo dell’elettromagnetismo, quella nanocellulare quello della fisica e della meccanica  quantistica. 

I fascicoli di dendriti interconnessi gli uni agli altri a formare i dendroni vengono dunque  soppiantati dalla struttura dei NUCLEONI che comprendono tutte le possibili comunicazioni col  mondo quantistico dei microtubuli, aumentando enormemente la velocità di calcolo. 

Il concetto di tempo in psicoanalisi e in fisica 

Nella stanza d’analisi il tempo è un elemento relativo che segue la condizione emotiva della coppia  terapeutica, come del resto per ogni relazione umana. Ma nella relazione analitica incide un quid in  più. Qui e ora è una condizione neutrale sulla quale il paziente disegna i suoi paradigmi relazionali.  E’ fatta salva quindi la qualità della relazione che il paziente costruisce nella stanza d’analisi,  trasposta in un tempo diverso da quello che ha visto l’origine delle situazioni conflittuali, che di  solito sono molto antiche, per alcuni anche a livello preverbale, e che coinvolgono le relazioni  parentali. E’ stato affermato più volte che questa situazione assomiglia alla situazione della  “investigazione”, o alla situazione della atmosfera “dell’impersonare” della “teatralità”. Ma dal  punto di vista della veridicità della relazione viene vissuta con tutta la forza della relazione  parentale originaria: questa relazione è una verità che è presente nel S.N.C. Potremo apprezzare ora,  dopo aver considerato alcuni aspetti della attività neurale alla luce delle varie teorie fin qui prese in  esame, una sinossi che illustra complessivamente “il tempo” della mente, come una tabella di  marcia dei pensieri e delle strutture che li originano: 

Evento  Tempo  Attività neurale
Protopensieri del Campo (1) Attività di orientamento  cellulare (2) 10-37 

seconds

Microtubuli e Fotoni  Evanescenti
Attivazione dello Psicone (3)  10-15 

seconds 

Attività dendronica
Oscillazioni coerenti a 40 Hz  25 ms  2 x1015 nucleoni (4) – 20,000  neuroni
Ritmo alfa (da 8 a 12 Hz)  100 ms  5 x 1014 nucleoni – 5000  neuroni
Pre – azione (5)  125 ms  Potenziali preparatori aree  frontali
Soglia sensoriale di Libet  (1979)  500 ms  1014 nucleoni – 1000 neuroni

Modificata da Hameroff, Penrose (1998):

1) Corrao, 1986 – (2) Polaritoni; Albrecht-Buehler G., 1998, 1992 – (3) Eccles, 1994 – (4)  definizione: nucleons (nucleoni): costituiti da Neuroni, Gap Junctions, MAPs, ed i microtubuli  (Hameroff; Penrose, 1998) – (5): Kornhüber, 1974 

Paragonando quindi il pensiero e le sue traiettorie come la descrizione di un evento “con un modello  fisico” come la traiettoria di una particella nello spazio, il problema della definizione della giusta  lettura degli eventi, della descrizione più esatta rispetto alla materia inconscia che il paziente tenta  di esporre con il suo materiale in seduta, potrebbe essere descritto in termini matematici. Uno dei  problemi a quel punto potrebbe essere quello di scegliere l’equazione esatta per descrivere  l’indeterminazione del calcolo di uno stato futuro di un sistema. 

Se noi dovessimo indicare in termini quantici la capacità negativa dell’analista, cioè la incapacità di  essere sicuri che la descrizione dell’evento inconscio corrisponde a ciò che la coppia t-p stanno  descrivendo come essere l’interpretazione più probabile, con una descrizione della “traiettoria” del  corso della interpretazione, si potrebbe utilizzare la equazione di Schrodinger che da la variazione  rispetto al tempodello stato d’onda quantico o funzione d’onda. 

Protopensieri 

Poniamo in evidenza che il funzionamento mentale deriva essenzialmente dalla risultante di miliardi  di stimolazioni di piccole unità che cambiano di dimensioni sia del sistema di reti neurali (le  connessioni sinaptiche) che del sistema di reti microneurali (cioè il sistema dei microtubuli). Con la struttura dei microtubuli poniamo essere compresenti coppie di opposti di una  affermazione, che può essere formulata nella mente del paziente o dell’analista, riprendendo la  definizione di lavoro onirico in Freud: “… un pensiero formulato nel modo ottativo viene sostituito  in una serie di immagini date nel tempo presente …”, (Freud, 1900, p. 33), o in forma di flash  onirico della veglia (Ferro A., 1996). 

Cioè i pensieri, che sono immaginati nella mente della persona, sono presenti nella forma di coppie  alternative di affermazione e negazione

Ora cercheremo di rendere più chiara questa descrizione, con l’aiuto degli esempi artistici. Tutti gli elementi di un pensiero che di solito si esplicano con un’immagine, ordinano una serie di  dimeri di tubulina a disporsi in conformazioni diverse ma sempre orientate nelle due posizioni  possibili (polarizzazione, non polarizzazione della molecola) e per ogni stato vi sarà una  corrispondente dimensione spazio-temporale (cronotopo) che è connessa con quel tipo di  immagine-pensiero.  

Quello che noi chiamiamo elaborazione è la disposizione nello spazio-tempo della risultante di ogni  singola posizione del dimero di tubulina. 

Questa dimensione non ancora pensiero, non ancora cosciente, è il protopensiero. Nella raffigurazione utilizzata da Hameroff, cioè del “blister” di dimensione senza spazio e senza  tempo, possiamo far rientrare tutte le immagini che assomigliano a quadri di Escher come ‘Casa di  Scale’, ‘Relatività’ o ‘Salita e Discesa’, dove infatti all’azione del soggetto ritratto ‘l’animaletto  girevole’ o ‘la persona che percorre le scale’, apparentemente vengono attribuiti verso, direzione e  modulo, che cambiano a seconda del punto di vista, cioè a seconda del sistema di riferimento, cioè a  seconda del foglietto spazio-temporale che prendiamo per riferimento. 

Osservando meglio i quadri di Escher citati, potremo facilmente individuare la scena che si divide  in frammenti componenti l’intera azione. Così per ogni segmento di quadro sarà possibile osservare  un’azione dello scendere, in altra quella del salire, senza che poi questa azione abbia una storia  definita, …come è ben visibile, il fascino della produzione di Escher è proprio ‘l’indeterminatezza’  dell’azione. 

Potremo infatti immaginare questa azione indefinita (non vedremo in questi quadri un’azione finita)  come il luogo del “gap” spazio-temporale, e in questo senso ogni frammento del quadro (per  esempio relatività) sarà un cronotopo a sè stante.

Hameroff individua questa serie di sistemazioni spaziotemporali dell’azione come una serie di stati  dei dimeri di tubulina all’interno dei microtubuli, che daranno origine ad una sovrapposizione di  stati che corrisponde all’idea risultante. 

Vi è inoltre in questo sistema una realtà fisica che è quella del vuoto. Il problema viene citato da  Preta L., (ibidem) ed anche Hameroff viene costretto dalla sua teoria a considerarne gli aspetti  filosofici. Ma Hameroff si chiede in che spazio sono le riduzioni allo stato quantico. E se queste  possono ‘trovare spazio’ nel vuoto. Lo spazio vuoto esiste?… 

“ … Sappiamo che in dimensioni dell’estremamente piccolo, lo spazio-tempo non è coerente, ma  quantistico”. 

Certo, che la psicoanalisi con queste ‘scoperte’ sulla trasmissione quantistica, l’origine dei pensieri,  la verifica temporale della distinzione tra conscio ed inconscio, potrebbe effettivamente assumere  quel ruolo di scienza verificabile che mai ha raggiunto: infatti se ci rivolgiamo alla storia del  pensiero scientifico, per considerare quale scienza si è avvicinata all’origine del pensiero, quale altra  scienza se non la psicoanalisi di Bion e Corrao si è spinta così avanti per spiegare ciò che accade  nella mente? 

Possiamo dire che, d’altro canto i fisicalismi, i contestualismi, … gli –ismi ci impediscono di avere  una visione entusiastica dell’una o dell’altra teoria. 

Tutte le teorie esposte negli ambienti ‘produttivi’ di questo tipo di conoscenze, privo di psicoanalisti  (cognitivisti, psicologi comportamentisti, fisici, informatici, etc.) e costituito da persone che vedono  ormai morta da tempo la psicoanalisi, sono abbastanza claudicanti quando affrontano il problema  del ‘free-will’, mentre la psicoanalisi ha da tempo argomenti da vendere, ma senza prove, … forse  perchè di prove non ne ha bisogno. 

Come un grande poema, la psicoanalisi è la descrizione delle emozioni, del loro nascere e  dispiegarsi, della loro tenacia e forza, del loro essere. Si è occupata sempre degli aspetti inconsci,  cioè, direbbe un fisico, degli aspetti ‘evanescenti’ del pensiero. 

Nella mente dello psicoanalista, il modello fisico era già presente da tempo, fin dalle origini della  teoria psicoanalitica: la presenza di “fotoni evanescenti”, cioè dei protopensieri

Il suggerimento cinematografico 

Lorena Preta ci indica la visione del film “La vita è una cosa meravigliosa” (Preta L., 1997) per  illustrare la dimensione del tempo e della “contingenza” degli eventi. 

Cita inoltre la paleontologia ed il libro di Stephen Jay Gould, come un altro modo di interpretare il  ‘meraviglioso’ della vita sulla Terra. 

Bene, anche Hameroff, resosi conto della mole della sua idea ha poi cominciato ad applicare questo  tipo di ‘meraviglioso’ anche alla Storia Naturale della Comunicazione, e ne è scaturita una nuova  Storia Naturale di questo pianeta che ha come origine la comparsa delle strutture microtubulari nelle  forme di vita unicellulari, come responsabili di una certa consapevolezza. (Hameroff, 1998, Slide  Show in website). 

Esistono inoltre altre produzioni cinematografiche più recenti della ‘contingenza’ che io definirei in  maniera un po’ più complessa con il termine ‘superposizione quantistica’

Un film che rappresenta questa dimensione è ‘Sliding Doors’ La tranquilla vita di Helen scorre …  come quella di tutti in un mare di opportunità scandite dallo spazio, dal tempo, e dall’avvicendarsi  dell’attività del cervello su questo pianeta. Il nostro pensiero non segue le regole della fisica  classica, e così è possibile vivere, sognare o fantasticare frammenti di vita. Due sono gli aspetti che  fanno capolino: la teoria dei cronotopi di Batchin, ed il paradosso del gatto di Schrödinger. 

Nel paradosso di Schrödinger un oggetto macroscopico come un gatto (o come una Helen) sia posto  in una sovrapposizione lineare quantistica di due stati chiaramente distinti diciamo gatto vivo e  gatto morto (oppure diciamo Helen al di qua o al di là delle ‘sliding doors’). Peter Howitt, il regista  ci offre un modello di applicazione della teoria quantistica e pare ci sia riuscito. Per quanto riguarda  la teoria dei cronotopi, sembra che gli sceneggiatori pian piano seguano l’esempio dei compositori 

di musica contemporanea, cioè metaforicamente non siano più attenti alla melodia o all’armonia di  una composizione scenica, ma siano più attenti al ritmo…all’avvicendarsi spazio – temporale del  ritmo degli eventi. Ma qui le sliding doors ci danno la possibilità di scelta, come in ‘Cascata’ o ‘Casa  di Scale’ o ‘Relatività’ di M.C. Escher,…lo sguardo si posa prima su una prospettiva, poi su altre e  così via, come le scelte della vita… 

L’ipotetico incontro con uno psicoterapeuta, per ogni individuo può essere concepito come una  porta che si apre e che si chiude, uno ‘Sliding Doors’ sul destino della persona che si affaccia  all’incontro con se stessa

Continuando le analogie tra l’origine quantica del pensiero e la produzione cinematografica di questi  anni un altro suggerimento ci proviene dal film ‘Contact’. 

Uno dei possibili messaggi del film sembrano quelli che provengono fin dalle prime immagini. Il  pianeta Terra, circondato dagli echi delle onde elettromagnetiche dei nostri elettrodomestici e  sistemi di comunicazione, (l’eco è quella delle stazioni radio e televisive) si perde nell’universo che  contiene la nostra galassia, …. La verità del nostro pianeta e del genere umano, …. 

Siamo soli. Questa è la grande verità emotiva. E in alcuni casi lo siamo precocemente, sia  traumaticamente, che impotentemente. 

La protagonista del film, quella bambina che è colta di sorpresa dalla morte del padre, rappresenta  una parte di tutti noi.  

C’è sempre una parte bambina di noi che si aspetta la presenza dei genitori e che questi ci  proteggano da ciò che da ogni bambino: ‘ … è segretamente temuto’ (Pavese C., 1990, p. 400).  E’ superfluo notare che il sistema di codificare il significato dei messaggi degli ‘alieni’ è per  immagini; si ricordi la definizione che Freud dà del lavoro onirico. Ma la protagonista, questa  trentenne, che viaggio poteva intraprendere per poter finalmente affrontare se stessa ed i propri  fantasmi che durano quanto un sogno (il viaggio durerà come una fase di sogno R.E.M.). Non vi pare che la navicella riproponga quella serie di contenitori, di spazio-tempo, di costanza di  elementi, quali il lettino per raggiungere tra le galassie quell’elemento di luce che Fornari riporta  ne ‘La riscoperta dell’anima’. Come la vita appare ai nostri occhi di neonati nei primi momenti di  vita, al di qua del canale del parto? Non è anche questo un tunnel spazio-temporale? Essere vicini al dolore, senza esserne da questo distrutti è ciò che viene vissuto al momento del  parto, è la perdita della vita intrauterina, ed è la perdita per questa bambina del film, anche della  stessa madre, che morirà di parto.  

La nascita è la verità che deve essere accettata con quanto di dolore comporta. Una volta arrivata a destinazione con un viaggio all’interno di questa navicella la cui posizione di  guida ricorda il lettino analitico, il Contatto con ‘l’alieno’ è stabilito con le sembianze del padre. Ma  quanti incontri costruiscono la metafora di questo se non il sogno, la fantasia, ….  

Conclusione 

Se ci poniamo per esempio il problema della “coscienza” le teorie scientifiche degli ultimi tempi  sull’argomento tengono conto delle correlazioni rilevate dalle neuroscienze tra attività cerebrale e  pensiero. Il risultato è un ridimensionamento della contrapposizione dualistica tra materia e spirito.  La neurofisiologia ci mostra il cervello come un sistema attivo e dinamico, che si sviluppa in  risposta a elementi stocastici relativi all’ambiente intercellulare, è soggetto a rimodellamento e si è  parzialmente affrancato dal determinismo genetico nel corso dell’evoluzione. L’evidenza di  processi caotici a livello cerebrale, in corrispondenza di eventi sconosciuti e non riferibili a schemi  già determinati, è stata messa in relazione con la capacità del cervello di automodificarsi. Questa  potrebbe essere la base biologica del “libero arbitrio”. La nostra vita è conscia solo in piccola parte.  Quando ci rendiamo coscienti, il cervello può aver già preso una decisione. Così scopriamo chi  siamo sulla base delle nostre scelte. In pratica “l’intenzionalità sarebbe pre-cosciente”. 

Se ci poniamo il problema della “memoria”, i neurofisiologi, sulla memoria a lungo termine hanno  individuato una forma implicita, inconscia e non verbalizzata (di cui fanno parte quelle automatica 

ed emotiva), accanto a quella esplicita, dichiarativa. Con interessanti implicazioni in psicologia  clinica. Per Freud, il concetto inconscio rimosso riguarda solo la memoria esplicita.  La scoperta di una variante implicita offre nuove possibilità alla psicoanalisi, in quanto si riferisce  all’esperienza del neonato che non può essere resa cosciente perché, a quell’epoca, la memoria non  è ancora formata.  

L’esperienza del neonato può essere traumatica, minacciando l’organizzazione del sé.  Con lo studio dei sogni e delle modalità extraverbali che si sviluppano nella relazione analitica, si  possono così operare ipotesi ricostruttive sulla storia affettiva ed emozionale dell’individuo. Non lascio che una ‘non conclusione’ anche per sottolineare la estrema dinamicità dello scenario  scientifico che stiamo vivendo in questi anni, … direi in questi giorni, giorno per giorno. Alcune  riflessioni finali quelle sì. 

Da tempo si ricerca una scientificità (falsificabilità) dei principi della psicoanalisi. La assenza della  attività dei microtubuli nella situazione di anestesia potrebbe spiegare la assenza dell’attività  inconscia. Processo primario e teoria quantistica possono sovrapporsi per offrire un senso non alla  falsificabilità ma al corpus dottrinario della psicoanalisi. L’analisi dimensionale dei tempi sta a  ricordare che c’è un tempo assoluto, che forse ancora non abbiamo avuto l’esigenza di considerare,  che non sarà l’era o il femtosecondo, ma credo sarà comunque una ‘unità’ che scandisce in qualche  modo il quantificabile dell’impiego dell’esistenza e questa ‘unità’ forse è il tempo che impiega il  protopensiero a diventare pensiero.  

La poesia sta nell’aver spiegato cose (l’origine dei protopensieri) con un sistema lessicale derivante  dalle scienze umane, che hanno a che vedere più con il mito che con la legge fisica, mentre è  possibile spiegare questi eventi con le leggi di una teoria che sta evolvendosi, via via che le  sperimentazioni si infittiscono e progrediscono. 

Ricordo l’accordo di Freud con Einstein, Mach, Hilbert ..come a segnare un intento, un tendere a …. BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO 

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