Percorsi di comprensione
dei disturbi del comportamento alimentare

SEMINARIO TENUTO C/O IST SULLIVAN FIRENZE: PIU’ DI TUTTO LA BOCCA MI PIACEVA

Dott. Giuseppe Ferrari

 

L’anoressia (etimologicamente=mancanza di appetito) e la bulimia (fame da bue)  sono oggetto di crescente interesse in quanto gli imput mass-mediologici bombardano  il pubblico con immagini di donne snelle che “hanno tutto”. In quasi tutte le aree  geografiche della cultura occidentale c’è cibo in abbondanza, precondizione  necessaria per un comportamento caratterizzato da “abbuffate” alimentari. Gli  individui affetti da questi disturbi sono tendenzialmente caucasici, istruiti, di sesso  femminile, economicamente avvantaggiati e radicati nella cultura occidentale  (Johnson, 1989). Ovvero realtà culturali in cui l’apparire è più importante, anzi  spesso annulla l’essere. Sino a qualche anno fa l’anoressia era praticamente  sconosciuta nelle nazioni in cui la magrezza non veniva considerata virtù (Powers,  1984). Questa caratterizzazione tende però ad avere griglie sempre più larghe e a  comprendere etnie, culture, categorie sociali sempre più ampie in quanto la  globalizzazione culturale tende a massificare i comportamenti sociali. Probabilmente  nell’eziopatogenesi di tali patologie i fattori intrapsichici e biologici interagiscono  con quelli socioculturali della civiltà occidentale nel produrre una sindrome che ne  riflette la cultura. Tali patologie sono condizioni cliniche potenzialmente letali.  Risultati di studi recenti condotti in Europa mostrano che, nei paesi occidentali, tali  disturbi del comportamento alimentare sono oggi più comuni di quanto si credesse in  passato. Studi a lungo termine indicano che la mortalità nell’anoressia nervosa è del  10-15% e che in più del 50% dei pazienti non si ha una remissione completa. In studi  condotti in Inghilterra, Svezia, Germania, Australia, Canada, Giappone e negli Stati  Uniti l’esito della malattia mostra un andamento analogo : il 40% circa riacquista il  proprio peso normale, il 25% resta emaciato ed il 20% rimane magro, sebbene non a  livelli patologici ; il resto rimanente accumula sovrappeso o muore di fame. In Italia,  mentre nel 1988 venivano diagnosticati 125.000 casi di disturbi del comportamento  alimentare, nel 1994 quasi 800.000, oggi gli osservatori del fenomeno assicurano che  vi sono almeno 3.000.000. Quello che ora i dati ISTAT ci dicono con certezza  statistica, è che nell’arco di una manciata di anni anoressici e bulimici sono aumentati  in modo vertiginoso. E soprattutto mostrano che è stato superato un confine :  l’anoressia non può più essere considerata una malattia solo delle donne. Sui 761.250  casi accertati nel 1994, 215.760 riguardavano uomini. In pratica, secondo l’ISTAT, il  10% della popolazione generale tra i 13 ed i 26 anni soffre di disturbi del  comportamento alimentare. L’età infine non sembra essere un fattore così  caratterizzante come nel passato; negli USA è stata infatti segnalata un’incidenza di  queste patologie pari al 7% circa in donne dell’età di circa 45 anni. La sottostima  delle cifre è inevitabile in una malattia che si maschera, appare e scompare, assume sembianze talora ingannatrici. UNA MALATTIA DELLA NEGAZIONE : negata da  chi ne porta i segni di dentro e da chi la circonda. Da questo nasce la difficoltà della  quantificazione del fenomeno.  

E’ più facile attribuire “il digiuno” a momentanei problemi esistenziali che ad una  malattia vissuta dai genitori come un attacco personale. Opera dal 1993 presso il  Ministero Della Sanità una apposita Commissione di Studio per l’assistenza ai  pazienti affetti da anoressia, bulimia nervosa e sindromi parziali (o atipiche o non  altrimenti definibili e specificabili). Nella relazione del 1996 di questa Commissione  veniva stigmatizzato che “i comportamenti alimentari umani e quelli di un singolo  individuo in epoche diverse della vita si distribuiscono lungo un “continuum”. E’  infatti frequente che uno stesso paziente entri ed esca tra varie categorie  diagnosticate. Più della metà degli anoressici evolvono in senso bulimico ; la maggior  parte dei bulimici ha sofferto di un disturbo anoressico conclamato o criptico.  Probabilmente comportamenti anoressici e bulimici si combinano e si succedono gli  uni agli altri sia per scelta, comune, di un codice di espressione del malessere  psichico legato all’atto alimentare, sia per l’instaurarsi successivo di un circolo  vizioso

restrizione>disinibizione>colpa/allarme>restrizione 

La Commissione Ministeriale si chiede a quali criteri conviene affidarsi per segnare  delle linee convenzionali di demarcazione tra il normale ed il patologico. Risposta in tal senso viene data dalla nosografia psichiatrica seguendo i criteri del  DSM IV secondo cui in sintesi tre caratteristiche sono indispensabili per porre la  diagnosi di anoressia nervosa: fobia di aumentare di peso, perdita di peso>15%,  amenorrea (nelle donne). E tre i sintomi per porre diagnosi di bulimia nervosa : fobia  di aumentare di peso, abbuffate compulsive e comportamenti impropri di compenso  (vomito autoindotto, abuso di lassativi, di clisteri, diuretici, farmaci anoressizzanti,  digiuno, eccessivo esercizio fisico). 

La paura morbosa di ingrassare è comunque il sintomo nucleare comune,  essenziale per la diagnosi, condiviso da quelle che preferisco definire come due  sindromi e non malattie. Vi sono infine le cosiddette Sindromi Parziali o Sub cliniche o Sub-liminali, in cui compaiono alcuni, ma non tutti i sintomi che  consentano di fare diagnosi di anoressia o bulimia. Di particolare interesse clinico per  la sua diffusione è il cosiddetto Disturbo da abbuffate compulsive che comprende  l’ingordigia compulsiva, la bramosia irresistibile per il cibo in assenza di  comportamenti di compenso della bulimia quali il vomito, l’abuso di lassativi e di  diuretici.  

Diagnosi differenziale deve essere posta con Schizofrenia, Disturbi affettivi,  ossessivi, isterici.

MODELLI EZIOPATOGENETICI 

Non è ancora possibile costruire una teoria sintetica che spieghi i meccanismi e che,  in particolare, indichi quale specifica interazione di forze sia necessaria e sufficiente  perché questi disturbi si manifestino epifenomenicamente. Si tratta di fatto di  disordini multifattoriali dove entrano in gioco fattori individuali predisponenti  (biologici e psicologici), familiari e culturali. 

FATTORI PREDISPONENTI 

Anzitutto, tra quelli individuali, almeno in passato, erano importanti il genere  (prevalentemente femminile) e l’età (prevalentemente adolescenza e prima  giovinezza). Per quanto riguarda il genere femminile infatti è noto che le femmine  hanno, in termini evoluzionistici, una maggiore resistenza alla mancanza del cibo, e  quindi più facilmente scelgono il digiuno volontario per affrontare situazioni di  stress. Nelle femmine vi è una maggiore percentuale di tessuto adiposo determinato  dai caratteri sessuali secondari per cui se, sempre in termini evoluzionistici, hanno da  una parte la possibilità di resistere per maggior tempo a privazioni alimentari,  dall’altra sviluppano una maggior frustrazione quando vivono in realtà culturali in cui  viene enfatizzata la magrezza. Altro fattore relativo al genere ed all’età è la  complessità dello stesso sviluppo puberale, in presenza di fattori di stress, come  avviene nel caso dei disturbi del comportamento alimentare. Tra le caratteristiche  psicologiche si rilevano frequentemente tratti ossessivi di personalità, aspettative  esasperate, perfezionismo psicologico mai soddisfatto ; grandi difficoltà nel processo  di separazione-individuazione, rifiuto del corpo adulto e della sessualità, fissazione  all’infanzia e a forme infantili di dipendenza e di controllo. Un disturbo profondo  dell’immagine del proprio corpo, non di natura dispercettiva ma legato alla relazione  emotiva con il proprio corpo è elemento centrale della psicopatologia dell’anoressia  ed in misura minore della bulimia. L’adolescenza esige un complesso percorso di  separazione, disidentificazione/identificazione rispetto alle figure parentali. Anoressia  e bulimia sembrano essere legate a blocchi in questo processo che può avere, per le  ragazze, una complicanza speciale : ovvero la madre è la stessa figura da cui è  necessario separarsi e con cui ci si deve, in una certa misura, identificare per avere  un ruolo femminile adulto.  

Una parte fondamentale è giocata dalle caratteristiche di vischiosità e scarsa  definizione dei ruoli del gruppo famigliare, dall’incapacità di riconoscere e  incoraggiare la distinzione, la separazione, l’autonomia. Sono frequenti la soggezione  al mito del successo, il bisogno di rispondere sempre alle attese sociali e di compiere  al meglio le prestazioni richieste ed infine la dipendenza dal consenso e  dall’ammirazione degli altri. Il fatto che l’anoressia sia più frequente tra le sorelle e le madri potrebbe suggerire che il fenomeno sia legato a fattori biologici ed  ambientali. In relazione a questo vorrei però ricordare che è stato dimostrato che  l’ambiente sia biologico che culturale agisce su componenti cellulari non nucleari  determinando cambiamenti comportamentali che si possono manifestare  epifenomenicamente nel corso della vita di ciascuno di noi. Per cui non bisogna  aspettarsi necessariamente mutazioni genetiche per avere modificazioni  comportamentali.  

Il fatto che l’incidenza clinica di questi disturbi in gemelle monozigoti sia superiore a  quelle dizigoti ha portato alcuni autori a cercare fattori genetici determinanti ( ricerca  riportata su Lancet del 9/agosto u.s. dove viene riportato il rilievo della presenza di  un polimorfismo della regione genica della 5-HT2A>nelle pz. anoressiche rispetto al  gruppo di controllo ; tale rilievo secondo me può rafforzare l’ipotesi del ruolo  importante giocato dal sistema serotoninergico nella patologia ma non nella  determinanza della stessa da parte del fattore genetico (in questo caso il polimorfismo  della regione genica della 5-HT2A).  

FATTORI PRECIPITANTI

La correlazione con questi fattori si ha più frequentemente ed evidentemente nella  bulimia: separazioni e perdite, alterazione dell’omeostasi famigliare, nuove  richieste ambientali, minacce alla stima di sé. 

FATTORI DI AUTOPERPETUAZIONE

I fattori di autoperpetuazione sono:

1) gli effetti del digiuno e della perdita di peso che tendono a perpetuare la sindrome per via di un feedback negativo (aggravano o  determinano le distorsioni della percezione del proprio corpo). 

2) I guadagni secondari legati alla malattia (attenzione dei famigliari, evitamento  di situazioni sessuali e sociali angosciose etc). 

LETTURA PSICODINAMICA DEL FENOMENO : 

Il comportamento alimentare è un atto individuale e socio-culturale di relazione (il  bambino allattato al seno, la donna che cucina per il suo uomo), che si estrinseca per  mezzo di una lunga serie di atti appresi e modulati dalle emozioni (Crammer, 1980).  E’ infatti sin dal rapporto madre-figlio che il cibo si carica di un significato che va al  di là della semplice funzione nutrizionale, al punto che laddove questo rapporto sia  stato difettuale si possono osservare successivamente tragiche conseguenze sino ad  un vero e proprio “rifiuto del vivere”. Il primo contatto sociale consiste nel ricevere  il nutrimento, ottenendo in questo modo soddisfazione della fame, dell’amore, dei  bisogni e dei desideri. Successivamente nasce la possibilità di rifiutare (sputare il cibo), ed infine, con la dentizione, di mordere. Si può quindi affermare che attorno  alle soddisfazioni orali, si organizza il primo e significativo nesso relazionale,  libidico, aggressivo.  

Il comportamento alimentare viene così ad implicarsi strettamente nella formazione  ed espressione futura dei sentimenti, del carattere, delle relazioni e del  comportamento.  

Janet (1903) osserva come dato accomunante le anoressiche il rifiuto ad assumere il  ruolo sessuale femminile. Analogo negli stessi anni è il pensiero di Freud il quale  vede, all’origine dell’anoressia nervosa, una fissazione alla fase orale che  permetterebbe la sessualizzazione delle funzioni alimentari in modo che  l’incorporazione degli alimenti equivarrebbe all’accettazione della sessualità.  Successivamente altri psicoanalisti, pur consapevoli dell’importanza dei conflitti  edipici nelle pazienti anoressiche, hanno iniziato a considerare nella genesi di questo  quadro gli esiti di conflitti pre-edipici e disturbi precoci di strutturazione del carattere  e ad osservare il rapporto tra genitori e figli e quindi i conflitti intrapsichici dei  pazienti anoressici. 

Più di recente altri psicoanalisti quali Bruch, Selvini, Kestemberg sono giunti alla  conclusione che i conflitti intrinseci alla patogenesi della anoressia non siano relativi  esclusivamente a desideri istintivi e conflittuali, ma siano da imputarsi ad una  particolare anomalia dello sviluppo della personalità, specifico dell’anoressia. La  Bruch ha osservato che la preoccupazione riguardo al cibo e al peso è una  manifestazione, relativamente tarda, emblematica di un disturbo più fondamentale del  concetto di Sé. La maggior parte dei pazienti con anoressia hanno la ferma  convinzione di essere completamente impotenti ed inefficaci. La patologia si  manifesta in “brave bambine” che hanno speso tutta la loro vita cercando di  compiacere i genitori, e diventano improvvisamente testarde e negativiste durante  l’adolescenza. Il corpo viene esperito come separato dal Sé, come se appartenesse ai  genitori. Questi pazienti mancano di qualsiasi senso di autonomia, al punto di non  sentirsi nemmeno capaci di tenere sotto controllo le loro funzioni corporee. La  postura difensiva premorbosa dell’essere una perfetta piccola bambina solitamente  nasconde un sottostante profondo sentimento di non valere nulla. L’anoressia, sempre  secondo la Bruch, si produce come “tentativo di cura di Sè, per sviluppare attraverso  la disciplina del corpo un senso di individualità e di efficacia interpersonale. Le  anoressiche trasformano la loro ansia ed i loro problemi psicologici attraverso la  manipolazione della quantità e della dimensione del cibo assunto”. Sempre la Bruch ha indicato le origini evolutive dell’anoressia in una relazione disturbata tra l’infante  e la madre. La madre sembra prendersi cura della bambina in funzione dei propri  bisogni piuttosto che di quelli della bambina. La bambina si esperisce quindi come  un’estensione della madre e non come un centro di autonomia per suo stesso diritto.  Questa lettura è in linea con le prime formulazioni psicoanalitiche sulla patogenesi  dei disturbi psicosomatici dei bambini, nelle quali veniva indicata una  “appersonazione” del bambino (Sperling, 1944). Il bambino non viene percepito come individuo separato, ma piuttosto come il “braccio destro” della madre. Più  recentemente la stessa Bruch (1987) suggerisce che il quadro clinico è in via di  cambiamento determinato dalla “massificazione” del sintomo per cui attualmente è  impregnato di un forte senso di competizione rispetto all’essere la più magra o la più  “straordinaria”. 

Masterson (1972, 1977) ha osservato una somiglianza tra le dinamiche di alcune  pazienti anoressiche e quelle di pazienti con disturbi borderline di personalità.  Mancando di un senso di identità, il bambino sviluppa un falso Sé per far piacere alla  madre. La piccola bambina cerca di essere una bambina perfetta in modo da 

rassicurarsi che la madre non l’abbandonerà. Questo ruolo forzato , tuttavia, fa sì che  nel corso degli anni cresca in lei del risentimento e la sindrome anoressica si sviluppa  come ribellione totale in cui la paziente cerca di affermare quello che pensa essere il  suo vero Sé che a lungo ha giaciuto sopito e non sviluppato. 

Minunchin (1978) ha descritto uno schema di invischiamento nelle famiglie di  pazienti anoressici, nel quale vi è una generale assenza di confini generazionali e  personali. Ciascun membro della famiglia è ipercoinvolto nella vita di ogni altro  membro, al punto che nessuno esperisce un senso di identità separata al di là della  matrice famigliare.  

Anche la Selvini (1963) sostiene che la malattia origina dalla interazione con una  madre incapace di percepire la figlia come una persona a se stante. Il risultato di ciò è  che il proprio corpo viene percepito come se fosse abitato da un cattivo introietto  materno e l’inedia può essere un tentativo di fermare la crescita di questo oggetto  interno, ostile ed intrusivo.  

Durante l’infanzia l’alimentazione è ritualizzata; il comportamento intrusivo della  madre sopprime il piacere, la gioia, l’iniziativa della bambina. Tale intrusività porta  la bambina a considerae il proprio corpo come estensione di quello della madre. Ne  consegue che il rifiuto del suo stesso corpo esprime il rifiuto di quello materno.  Seppur le conclusioni della Bruch e della Selvini sono concordanti, nella definizione  delle ipotesi patogenetiche della sindrome anoressica, differiscono nella  comprenzione del disturbo. La Bruch parla di “un percettivo e  concettuale……disturbo….di deludenti proporzioni dell’immagine corporea e del  concetto di corpo”, mentre la Selvini si riferisce ad una percezione patologica  dell’oggetto materno cattivo che il paziente equipara in modo abnorme con il proprio  corpo.  

Kestemberg localizza il livello della patologia allo stadio progettuale del narcisismo  primario e trova il concetto di falso Sé di Winnicott utile ai fini di concettualizzare  l’organizzazione della personalità di questi pazienti sostenendo che il rifiuto di  alimentarsi è in relazione al loro bisogno di trovare il senso della propria esistenza. 

L’estrema postura difensiva dell’anoressia suggerisce che vi è un sottostante potente  impulso che giustifica tale strategia. Boris (1984) ha in effetti notato che il nucleo  dell’anoressia nervosa è costituito da una intensa avidità. I desideri orali sono,  tuttavia, talmente inaccettabili che vanno gestiti proiettivamente. Attraverso l’identificazione proiettiva, la rappresentazione di per sé avida, richiedente, viene  trasferita sui genitori. In risposta al rifiuto del paziente di mangiare, i genitori  diventano ossessionati dalla preoccupazione che la paziente mangi; diventano loro  quelli che hanno i desideri. In una formulazione influenzata dal pensiero kleiniano,  Boris ha concettualizzato l’anoressia come una incapacità di ricevere cose buone  dagli altri a causa di un illimitato desiderio di possesso. Qualunque atto di ricevere  cibo o amore mette queste pazienti direttamente a confronto con il fatto che non  possono possedere ciò che desiderano. La loro soluzione è di non ricevere nulla da  nessuno. L’invidia e l’avidità sono spesso legate nell’inconscio. La paziente invidia  le cose buone possedute dalla madre, quali amore, compassione, nutrimento, ma  riceverle accrescerebbe semplicemente l’invidia. Rinunciare ad esse sostiene la  fantasia inconscia di rovinare ciò che è invidiato. La paziente trasmette il seguente  messaggio: “Non c’è nulla di buono che io possa possedere, per cui rinuncerò  semplicemente a tutti i miei desideri”. Tale rinuncia rende la paziente anoressica;  l’oggetto di desideri altrui è, nella sua fantasia, l’oggetto dell’altrui invidia e  ammirazione, perché gli altri sono “colpiti” dal suo autocontrollo. Il cibo simbolizza  le altrui qualità positive che lei desidererebbe avere in sé; essere schiava della fame è  preferibile a desiderare di possedere la figura materna. 

Louise Kaplan (1991) sostiene che l’anoressia è la risultante dell’interazione tra gli  effetti indotti dai quei piccoli assassini dell’anima che avvengono attraverso  l’assunzione di stereotipi legati ai generi e si consumano nell’infanzia e il tentativo  continuo di ricerca di espressione degli aspetti repressi, finchè un giorno,  nell’adolescenza o successivamente, i desideri rimasti a covare sotto la cenere  esplodono. Piccoli tocchi di violenza determinati da processi educativi tendenti a  determinare rinunce ad aspetti del Sé.  

La persona nei fatti non è quella che sarebbe potuta essere bensì un’estensione  speculare del potentissimo altro da cui la vita dipende.  

Secondo Block (1985) nonostante le modificazioni dell’ideologia dei ruoli sessuali, le  ragazze sono ancora educate ad un comportamento sociale compiacente, mentre sono  incoraggiate molto meno dei ragazzi a sviluppare spirito di iniziativa e di autonomia.  Jean Baker Miller (1976) formula l’ipotesi secondo cui nelle donne la percezione  del proprio valore sia determinata ancora dall’esigenza di aiutare ed assistere i figli e  gli altri, secondo un progetto che richiede la subordinazione dei propri bisogni a  quelli dell’altro. A causa di questi modelli di socializzazione, quando una ragazza  entra nella fase adolescenziale, prova spesso sentimenti di inadeguatezza e  dipendenza, che rendono difficile il distacco dalla famiglia per iniziare una vita  autonoma.  

Per un soggetto che abbia sperimentato la propria inadeguatezza, intraprendere una  dieta che porta alla fame significa acquisire un senso di potenza e di indipendenza. In  una cultura che dà valore alle diete e alla magrezza la scelta di una soluzione di  questo tipo diventa comprensibile proprio per la risposta sociale positiva che almeno  inizialmente genera. Interviene però un altro fattore, sia sociale che famigliare: una forte pressione al successo. In genere la famiglia di pazienti anoressiche danno un  grande valore al successo ed alla riuscita, intesa come ascesa sociale, rendimento ed  etica del lavoro.  

Spesso, sostiene la Bruch, si può riscontrare al loro interno l’ansia di non farcela a  mantenere così il livello sociale faticosamente raggiunto. Queste preoccupazioni  possono condizionare fortemente la figlia che diviene anoressica. 

Slader (1984) afferma che in molti casi di disturbi del comportamento alimentare si  siano rilevati, nel passato famigliare, precedenti di inadeguatezza o fallimento delle  figure maschili. Ricorre in queste frequentemente il mito secondo cui le donne  devono essere forti per compensare presunte inadeguatezze maschili.  

Molto spesso le pazienti anoressiche raggiungono elevati successi scolastici e/o  sportivi; vivendo però proiettate all’esterno e con atteggiamenti compiacenti questi  successi costituiscono una riuscita per gli altri, senza dare a se stesse una prova del  proprio valore. Questa sensazione di mancanza di valore è una caratteristica comune  delle donne contemporanee. Secondo la Miller, le donne vivono in un ciclo di  “soddisfazione e svuotamento, un far bene sentendosi male”, in conseguenza del fatto  che la loro identità si fonda sulla compiacenza e sull’altruismo, anziché su un  comportamento basato sui propri bisogni e su obiettivi autonomamente scelti.  

Nella cultura di massa, l’orientamento al successo esterno e l’atteggiamento  compiacente sono rappresentati dall’immagine ideale della superdonna che ha tutto,  gradita ad un pubblico maschile, ma soprattutto femminile, che incarna l’ideale della  magrezza e ne fa un obiettivo da perseguire, come utopia di una condizione in cui  finalmente sarà possibile star bene, cedendo ad un imperativo maschile di una donna  che conservi caratteristiche di passività, esilità, fragilità, ma che soddisfino  contemporaneamente un’esigenza competitiva del soggetto “uomo”. 

Il femminismo, secondo Gordon, ha criticato questa immagine femminile parlando  di “distorsione degli ideali di uguaglianza femminile”. Le anoressiche in particolare  tendono ad interiorizzare questa ideologia distorta soprattutto a causa delle esperienze  vissute durante la crescita. Hilde Bruch sostiene che per molte anoressiche  l’ideologia femminista di liberazione rappresenta una ulteriore richiesta estrema di  perfezione a cui si sentono costrette ad aderire e recita “per i soggetti in età  evolutiva, la liberazione femminile può essere vissuta come una necessità, per la  quale devono far qualcosa di eccellente…….molte delle mie pazienti  sentivano………di avere di fronte troppe alternative e temevano di non saper  scegliere quella giusta”. Un’altra caratteristica delle pazienti anoressiche riguarda il  desiderio di sfuggire la femminilità, intesa come “mancanza di potere” e di  raggiungere un certo tipo di ideale maschile, quale quello di intellettualità. Tale  caratteristica si può spiegare in termini di dinamiche famigliari. Molte anoressiche si  sentono vincolate dalle aspettative del padre ed aspirano a sbarazzarsi delle  percezioni corporee della propria femminilità, in uno sforzo spesso rinforzato da un  legame emozionale distorto con la madre. A questo proposito è importante  considerare il milieu socio-culturale in cui si collocano questi sentimenti. Nella nostra epoca le donne sono spesso costrette a provare il loro valore nel lavoro ed attraverso  la produzione intellettuale. E’ questo che viene richiesto, tra l’altro, da una  condizione di emancipazione intesa come pari opportunità e quindi spazi sempre più  ampi per la donna rispetto alla sua tradizione famigliare che non sia necessariamente  uguaglianza perché non si tratta di esseri -maschio/femmina- uguali. Per questo  motivo molte donne sentono di dover dimostrare di essere uguali agli uomini; per  alcune questo significa liberarsi della propria femminilità che ha subito una  cosiddetta “evoluzione culturale” (Gordon). Le anoressiche attuano una sconfessione  della femminilità in maniera radicale e concreta. L’ideale culturale di magrezza  femminile perseguito con la massima intensità viene collegato all’aspirazione da  parte delle donne di avere un potere pari a quello degli uomini. La privazione del cibo  può accrescere il “senso di onnipotenza”.  

La maggior parte delle formulazioni evolutive sull’origine dell’anoressia è focalizzata  sulla diade madre-figlia. Bemporad e Ratey (1985) hanno osservato uno schema  caratteristico di coinvolgimento paterno con le figlie anoressiche. Il tipico padre era  superficialmente interessato e supportivo, ma emotivamente abbandonava la figlia  ogni qualvolta lei aveva realmente bisogno di lui. Inoltre molti padri di pazienti  anoressiche cercano nutrimento emotivo nelle loro figlie anziché darlo ad esse. 

Secondo Recalcati ( di scuola lacaniana) la scena dell’Ultima Cena si presta a dare  la giusta cornice al dramma anoressico-bulimico. Come nel testo evangelico che  racconta l’ultima volta di Gesù tra gli uomini, anche per l’anoressica-bulimica, sul  luogo del Convivio scende l’ombra del tradimento, della delazione e della catastrofe  imminente, l’ombra della rottura del patto, l’ombra della morte. L’Ultima Cena è un  dramma dove il consenso conviviale del cibo è sospeso al compiersi di un destino  fatale. Dopo scenderà la notte fredda della solitudine. Il patto con l’Altro è rotto. E’ il  lamento costante dell’anoressia-bulimia: l’Altro tradisce, abbandona, è l’Altro del  non-amore. Lo spiritualismo dell’anoressica resta uno spiritualismo di maniera,  vincolato all’estetica dell’immagine, al culto mondano e moderno del corpo-magro.  Esso apre all’esigenza di un dominio, di un controllo integrale, senza resti, dell’Ideale  sulla pulsione. L’esigenza di un sistema perfetto che permetta di non perdere niente. 

Per riassumere la nostra comprensione psicodinamica dell’anoressia, l’evidente  comportamento di chi si infligge la fame è un sintomo sovradeterminato. Esso è: Un tentativo disperato di essere unici e speciali. 

  • Un attacco al falso senso di Sé promosso dalle aspettative genitoriali. Un’affermazione di un nascente vero Sé. 
  • Un attacco ad un introietto materno ostile visto come equivalente del corpo. Una difesa dall’avidità e dal desiderio. 
  • Un tentativo di far sentire gli altri, piuttosto che se stessi, avidi ed impotenti. 

FORME CLINICHE (proposte dalla Commissione istituita presso il Ministero della  Sanità, 1996).

  • Fobico-ossessiva– quadro dominato dall’ideazione fobico-ossessiva ed è presente  uno stato di sofferenza per la obbligatorietà ad assecondare la propria ideazione. Depressiva– Prevale il senso di inadeguatezza ed insicurezza; più frequente in  tarda adolescenza. 
  • Isterica– Meno grave, il disturbo alimentare ha un valore comunicativo verso  l’ambiente, tende a sollecitare un cambiamento nonché rappresentare un richiamo  affettivo (struttura a personalità borderline). 
  • Psicotica– La sintomatologia anoressica copre una situazione psicotica latente che  può avere una evoluzione o sul versante schizofrenico (dismorfobia fino a delirio  di trasformazione corporea), o sul versante della depressione maggiore o ad  andamento bipolare in cui le fasi bulimiche e quelle anoressiche  corrisponderebbero rispettivamente alla fase maniacale e a quella depressiva. 
  • Forme lievi– L’esordio avviene in occasione della crisi adolescenziale o a seguito  di una dieta dimagrante. Sono presenti tutti i sintomi ma con minore entità e tende  a risolversi molto più facilmente. 

Questo quadro di riferimento non è condiviso da tutti in quanto vi sono due linee di  tendenza; da una parte c’è chi tenta di accorpare sintomi e comportamenti all’interno  di un quadro psicologico originale ed originario, e chi invece cerca di ricondurli a  strutture specifiche di patologie nevrotiche o psicotiche. 

APPROCCI TERAPEUTICI (secondo le direttive dalla Commissione del Ministero  della Sanità, 1996)  

La presa in carico di questa tipologia di pazienti richiede una lettura globale che  tenga conto, nello stesso tempo, degli aspetti organici, metabolico nutrizionali,  endocrini e di quelli più specificatamente intrapsichici-relazionali e socio-culturali e  quindi di una gestione integrata. 

Non voglio entrare in questa sede nello specifico delle problematiche di gestione  clinica generale di questi pazienti, bensì soffermarmi sull’approccio psicoterapeutico  proposto ed attualmente realizzato in poche realtà.  

L’esperienza clinica dimostra che il miglioramento sintomatico, se la paziente ha una  ripresa nutrizionale e ponderale, spesso non corrisponde ad un miglioramento  strutturale psicologico. I meccanismi psicopatologici che sono alla radice del  patologico comportamento alimentare, possono essere veicolati in altri disturbi  psichici che hanno un valore psicodinamico ed una potenzialità strettamente  patologica. I disturbi psichici, spesso molto gravi, che accompagnano ed emergono  dopo la scomparsa dei sintomi alimentari rende indispensabile il lavoro psicologico  individuale. Il modo proposto per ostacolare una evoluzione psicopatologica è quello  che in genere si attua lungo un “continuum” espressivo/intensivo e  interpersonale/supportivo, di avere una visione globale della personalità per la quale  il modello che sembra aver dato prova di funzionare è quello psicologico-dinamico. 

Nel lavoro analitico con le anoressiche quello che colpisce è che un canale attraverso  cui poter lavorare, è l’analogia tra la relazione con il cibo e la relazione con le  persone, cioè è frequente assistere, specie nelle prime fasi, come siano tali pazienti  molto difese verso le sollecitazioni che riguardano il loro mondo interno, sia in senso  storico-riduttivo che prospettico, mentre sono molto recettive a comprendere il loro  mondo relazionale, se comparato al rapporto che hanno con il cibo e con la loro  oralità.  

Con il trattamento individuale si lavora talora a livelli reali ma con una  consapevolezza dei livelli profondi e con un atteggiamento adeguatamente distante  dal problema alimentare che il paziente propone.  

I disturbi del comportamento alimentare possono essere considerati come patologia  del piacere nel senso che vi sono difficoltà a prendersi il piacere della vita; gli unici  piaceri possibili vengono presi di nascosto, come rubati, come per ubbidire ad una  sorta di fobia del piacere. Nel trattamento psicoterapeutico individuale è inutile porsi  mete ambiziose e illusorie di risolvere i conflitti dei pazienti illuminati di dotte  “prese di coscienza” sul loro mondo inconscio.  

Pur nella difficoltà del trattamento, si sarà fatto un buon lavoro, quando si potrà  restituire la capacità di riconoscere e accettare i propri limiti; quando il piacere non  sarà centrato sul disturbo del comportamento alimentare e quando, infine, le fantasie  di onnipotenza distruttiva saranno sostituite da mete realizzabili. 

Altro intervento psicoterapeutico importante è quello sulla famiglia. Se è vero che i  disturbi del comportamento alimentare si strutturano nel mondo interno del paziente è vero anche che è attraverso il mondo relazionale intrafamigliare che trovano le loro  modalità di espressione sintomatologica. Come si è già detto l’anoressia/bulimia  vanno a slatentizzare un sistema famigliare sbilanciato da cui ha origine, ma in questo sistema famigliare va anche ad attivare un ulteriore disagio, in quanto il sistema  stesso aumenta l’emotività espressa e la distorsione comunicativa, proprio in una  famiglia in cui il linguaggio somatico ed il rapporto col cibo hanno avuto un  particolare rilievo.  

E’ sulla base di questo che ha senso indicare nel trattamento di questi disturbi  l’opportunità di dare uno spazio terapeutico e comunque di supporto alla famiglia, in  quanto se non viene modificata la struttura su cui poggia la patologia, gli sforzi  terapeutici incentrati sul tema e/o sull’assetto psichico solo individuale possono  portare al fallimento. La presa in carico della famiglia mobilita le risorse verso una  coevoluzione dei genitori e dei figli. La terapia può evolvere positivamente se i  genitori coevolvono con il paziente, ma anche se il terapeuta e tutto il team  terapeutico progredisce e si adatta ai cambiamenti della famiglia evitando il rischio  di frammentazione e irrigidimenti in cui ognuno fa la stessa cosa senza adeguarsi alle  nuove condizioni.  

La terapia famigliare che talora facilita l’allontanamento del paziente, per favorire  l’autonomizzazione da sola tocca solo marginalmente le strutture psicopatologiche  del mondo intrapsichico dei pazienti che, se non affrontate, rischiano di riemergere o con una cronicizzazione della patologia o con una evoluzione verso altre forme  psicopatologiche. E’ per questo che bisogna che sia fatto un trattamento combinato di  terapia individuale e famigliare.  

I DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE COME “DISTURBI  ETNICI” 

L’immagine sociale della donna come dell’uomo risentono massicciamente delle  influenze e delle pressioni culturali attualmente dominanti. Tali influenze si  manifestano, come si è precedentemente detto, in comportamenti quali la moda, le  cure estetiche ed in genere tutto quanto ha a che fare con il corpo.  

Nel mondo occidentale ed in genere in quello che si avvia verso una più crescente  industrializzazione, ovvero tutto il mondo, l’ideale della magrezza si configura  sempre più come imperativo. Diventa un simbolo di attrazione e di desiderabilità  sociale. Se si pensa al fatto che la comunicazione culturale manipolata e manipolante  è praticamente diffusa in tutti gli angoli del mondo, si può affermare che, mentre in  passato i “disturbi etnici” derivavano da contraddizioni di una cultura o di una etnia,  ora le manifestazioni del disagio psichico, quali sono i disturbi del comportamento  alimentare, hanno una valenza trasversale multietnica. E, peggio ancora, possono  essere utilizzati meccanismi offerti dalla cultura dominante che sono spesso  fuorvianti nell’analisi del reale disagio originario del paziente. In altre parole il  disagio, qualunque esso sia, può trovare un veicolo “alla moda” per manifestarsi.  Questo può essere una trappola per chi ha bisogno di definire categorie nosologiche,  come troppo spesso accade, per cui si confonde la similitudine dei sintomi con le  cause che li hanno determinati rischiando di non vedere la vera problematicità  eziopatogenetica.  

Paola Alberti afferma che, dopo l’inciampo dell’ultima guerra, il passato fu  interrotto per sempre. Si entrò definitivamente nel mondo del Grande-Fratello dove  comunicazione-diffusione furono, con l’usa e getta di merci e uomini, il fondamento  della comunità indifferenziata.  

La nuova religione propone Archetipi, Modelli, Mitologie, che sono lì a  disposizione, in carne ed ossa. Basta acquistare gli oggetti/mezzo delle  “identificazioni”.  

Il Fratello, nuovo dio, ha messo a disposizione qualsiasi rievocazione, persino quella  delle primordiali dimensioni: le masse adorano l’Archetipo.  

Il rito ed il sacrificio può compiersi come avviene nell’anoressia, nella bulimia e nella  chirurgia estetica. Le conseguenze più profonde consistono precisamente nelle  identificazioni con gli Archetipi che sono comunque proposti e soprattutto imposti.  La persona non può più crearsi, almeno illudersi di una sua originalità in quanto  l’iniziativa viene da fuori.

Fromm (I cosiddetti sani) dice “credo che la salute psichica della società abbia a che fare con il superamento del narcisismo con il raggiungimento dell’amore e  dell’obiettività che ne consegue, con il superamento dell’alienazione e con il senso di  identità e di indipendenza che ne deriva e con il raggiungimento di una produttività  

che comporti il superamento della fase arcaica del cannibalismo e della dipendenza.” Concordo con Fromm quando afferma “quando parlo della salute psichica  dell’individuo penso soprattutto alla salute psichica della società. Da ragazzo, a  scuola ci insegnavano il detto latino mens sana in corpore sano. Si tratta di una  mezza verità, poiché accade spesso che una mente malata alberghi in un corpo sano o  anche che una mente sana alberghi in un corpo malato. Sarebbe molto più corretto  dire mens sana in societate sana: a prescindere da qualche eccezione, una mente sana  può albergare solo in una società sana; ne consegue che il problema della salute  psichica dell’individuo non può essere scisso da quello della salute psichica della  società”.  

Anna Del Bo Boffino , Argentieri, Ravasi, Veggetti-Finzi propongono una lettura  sociologica dei disturbi del comportamento alimentare sostenendo che si tratta  sempre più di sintomi generici dietro cui si nascondono mali diversi (diffusione  sempre maggiori nei diversi strati sociali, sessi ed età) dove l’epifenomenologia  comune è data dalla contemporanea presenza di bisogno degli altri e angoscia  delle relazioni troppo intime. 

Groddeck (Il linguaggio dell’Es 1917) sostiene che sia “un errore fondamentale  credere che solo l’isterico abbia la facoltà di ammalarsi per qualche fine ; tutti gli  uomini posseggono questa capacità ed ognuno ne fa un uso che non immaginiamo  mai abbastanza esteso”.  

Parlando di disturbi del comportamento alimentare bisogna, secondo me, tenere in  profonda considerazione le implicazioni psicologiche personali e sociali che entrano  in gioco.  

Ritengo di poter far propria l’affermazione che Gaglio fa (Essere e malessere, 1977)  in merito alle malattie antropsichiche ovvero che si tratta di patologie che investono  la persona umana nel suo complesso per cui “le motivazioni di casualità trovano un  preciso riscontro con le modalità di organizzazione della vita sociale.  

Da qui la necessità di avvicinarsi alla persona essendo in grado di inquadrarne oltre  la personalità e le abitudini anche il contesto sociale in cui vive. 

Il fatto che in ogni periodo storico si siano manifestati disturbi mentali di rilevanza  epidemiologica deve farci pensare molto alle determinanti culturali e credo che i  disturbi del comportamento alimentare debbano essere inseriti a pieno titolo in questo  ambito. Lo psicoanalista ed antropologo George Devereux ha sviluppato una serie  di ipotesi interessanti circa le modalità con cui alcuni disturbi divengono “espressioni  centrali degli sforzi e delle tensioni che sono al fondo di una cultura particolare o di  un particolare periodo storico”.  

Si tratta del concetto di “disturbo etnico” che lo stesso Devereux introdusse nel 1955.  In tale circostanza si era occupato di disturbi definiti “sindromi esotiche” o “malattie di popolazioni specifiche”, patologie psichiche scoperte da alcuni etnologi all’interno  di società non occidentali che sembravano essere alquanto diverse da qualsiasi  disturbo psichico conosciuto in occidente. L’interesse di Devereux procedeva però  nello sforzo di comprendere la psicopatologia occidentale, come dimostra il tentativo  di applicazione del concetto di disturbo etnico alla schizofrenia ed ai disturbi  compulsivi e ossessivi riscontrabili nelle società occidentali. Egli iniziò a considerare  le espressioni patologiche della psiche come “altrettanti modi in cui la natura rivela i  suoi aspetti misteriosi e paradossali”. 

Il concetto di disturbo etnico indica una forma di patologia che giunge ad esprimere  le contraddizioni sociali e le angosce di una società. Vi sono alcuni criteri che  permettono di individuare una sindrome come disturbo etnico: 

  • Il disturbo si manifesta frequentemente nella realtà culturale in questione . Vi è una continuità tra i sintomi del disturbo, le sue dinamiche ed elementi  “cosiddetti normali” della cultura. Il disturbo è quindi espressione di forme pre cliniche. 
  • Il disturbo evidenzia conflitti e tensioni normalmente diffusi nella popolazione. Il disturbo diventa espressione del disagio psichico. 
  • I sintomi includono comportamenti che in situazioni normali vengono  considerati come positivi. 
  • Il disturbo è “un modello di cattiva condotta” che da la possibilità a chi lo attua  di comportarsi in modo deviante e irrazionale pur rimanendo in qualche modo  all’interno di ciò che è socialmente accettabile. 
  • Il disturbo provoca risposte ambivalenti: timore e rispetto da una parte e tentativi  di controllo della devianza dall’altra. 

L’applicazione di questi criteri e del concetto di disturbo etnico permette di definire i  fattori socio-culturali che sono alla base dell’aumento vertiginoso dei disturbi del  comportamento alimentare. 

L’anoressia esprime, a livello sintomatico, le contraddizioni presenti nell’identità  femminile nella società contemporanea (Gordon 1991 Anoressia e bulimia).  L’anoressica non simula un disturbo fisico, anche se tende ad assumere un ruolo di  malata, piuttosto altera l’apporto di cibo e assume un atteggiamento ossessivo nei  confronti della propria forma e del proprio peso. Le anoressiche come le bulimiche  usano il linguaggio tipico contemporaneo che si basa sulla mania delle diete, della  magrezza e del controllo dell’alimentazione. Queste preoccupazioni vengono usate  come difesa che permette di sfuggire ad un disagio interiore intollerabile che nella  maggior parte dei casi ruota attorno a problematiche di identità. I conseguenti  comportamenti alimentari danno loro la sensazione del controllo sul loro corpo.  

Disturbi del comportamento alimentare di questo tipo sono “socialmente strutturati”,  ovvero sono una sorta di “maniera alla moda” di acquisire unicità attraverso la  devianza.  

Sono affascinanti ma nel contempo provocano ripugnanza a causa della loro origine  da contraddizioni sociali percepite da tutti. 

Hanno infine una connotazione “politica” dal momento che sono strettamente  connessi alla questione della cura femminile del proprio corpo e della conformità a  standard di bellezza e rientra tra gli elementi di polemica sulla parità dei sessi e c’è  chi li ha anche utilizzati in nome della causa femminista.  

Per quanto concerne poi la sempre maggiore incidenza di questi disturbi nella  popolazione maschile la risposta, anch’essa di tipo etnico-culturale, può essere data  dalla comparsa negli adolescenti maschi di una maggiore solitudine e di maggiore  insicurezza nei rapporti con le coetanee. E’ possibile che i maschi, sentendosi negati  nella loro identità da parte delle donne, interiorizzino il rifiuto tanto da dirigerlo  contro se stessi. Molti di questi giovani uomini vivono o hanno vissuto con madri  separate e introiettano l’aggressività delle donne verso chi hanno o le ha lasciate.  Interiorizzano l’immagine negativa del maschio; da qui il voler dimostrare di essere  forti tanto da controllare un istinto di sopravvivenza quale è quello della fame. 

Le patologie del comportamento alimentare presentano, come si è anche  precedentemente detto, caratteristiche che sono collegate a problematiche relative  all’autostima, al controllo ed al successo. Tutte queste caratteristiche vanno inserite  nella questione dello sviluppo di una identità psico-sociale. 

Gordon (1991) fa proprio il concetto di identità così come è stato elaborato da  Erikson (1980 Gioventù e crisi di identità) che lo definisce “senso di continuità e di  persistenza del Sé nel tempo”.  

Lo sviluppo di una identità coesiva dipende da molteplici fattori individuali e sociali,  dei quali il più importante è la capacità di “sintetizzare”, ossia di “ricomporre gli  aspetti divergenti e conflittuali della propria esperienza sociale”.  

L’adolescenza si presenta come il periodo in cui il soggetto deve ricomporre i  fondamenti del Sé costituitisi durante l’infanzia, in relazione alle nuove esigenze e  alle sfide proposte dalle nuove caratteristiche personali e sociali di questa fase  dell’esistenza.  

Se avvengono mutamenti nel ruolo sociale e nelle aspettative, si possono generare  crisi profonde nel processo di formazione dell’identità. Un esempio è dato da chi,  come gli emigrati, si trova senza gradualità in una cultura totalmente differente. Ma,  come sosteneva Pasolini, ciò può accadere anche all’interno di una stessa cultura,  quando un gruppo o l’intera popolazione è esposto a cambiamenti radicali delle  aspettative culturali che lo riguardano, ad esempio a causa di un cambiamento sociale  improvviso (Pasolini individuava in Italia, nel dopoguerra, il passaggio forzato ed  improvviso dalla cultura contadina a quella industriale), allora al suo interno saranno  frequenti i sintomi di una confusione di identità. Quest’ultimo concetto viene  utilizzato da Gordon per la comprensione dell’incremento epidemico dei casi di  disturbi del comportamento alimentare. Egli sviluppa la tesi secondo cui tali disturbi  costituiscono “l’espressione estrema del mutamento radicale delle aspettative sociali  nei confronti delle donne”, che ha luogo su larga scala a partire dalla metà del secolo,  ma soprattutto negli anni ’60. 

La donna si è trovata di fronte ad una serie di pressioni nuove perché si orientasse  verso il successo, la competitività e l’indipendenza; ovvero un sistema di valori in profondo conflitto con le definizioni tradizionali del ruolo femminile della donna in  occidente. Di fronte a nuove opportunità, ma anche a nuove pressioni, molte donne  hanno incontrato difficoltà nel sintetizzare un’identità percorribile e funzionale,  soffrendo per un senso di frammentazione, confusione, insicurezza. Queste  trasformazioni hanno di riflesso generato grosse problematiche di identità e di ruolo  anche nella popolazione maschile e da qui il grosso disagio esistenziale e sociale di  questa parte della società.  

L’ipotesi di Gordon è che i problemi psicologici principali di cui soffrono i pazienti  affetti da disturbi del comportamento alimentare, costituiscono un “riflesso ingrandito  di conflitti molto più pervasivi, nel quadro culturale più vasto in cui si inserisce il  ruolo della donna” ed io aggiungerei ora anche dell’uomo. La malattia esprimerebbe  quindi una crisi culturale diffusa.  

Il soggetto che sviluppa quello che è stato definito “disturbo etnico” soffre in forma  acuta dei conflitti psicologici che pervadono la sua cultura. La gravità dell’ansia,  della depressione o della confusione che ne derivano è tale per cui il soggetto  sviluppa la sintomatologia patologica come difesa della sofferenza psichica profonda.  Da questo punto di vista e credo esclusivamente da questo, l’anoressia potrebbe  essere equiparata all’isteria. Sono in disaccordo con chi teorizza che si tratti di una  modalità di espressione dell’isteria. Anche l’isteria è stata espressione di confusione  e di contraddizioni sul ruolo femminile, (SmithRosemberg , 1972) , anche se i  conflitti alla base dei sintomi isterici erano diversi in quanto dipendenti dalla  situazione storica specifica. Nonostante ciò, l’analogia tra l’epidemia attuale e  l’ondata di casi di conversione isterica del secolo scorso è evidente: tali  manifestazioni patologiche sono l’espressione, adeguata al tempo, dei dilemmi  dell’identità femminile e maschile in un clima culturale in cui i ruoli sono definiti in  modo ambiguo e ancora limitato da un antico controllo maschile istituzionalizzato. 

Tobie Nathan (Principi di etnopsicoanalisi, 1995) considera la cultura come una  struttura specifica di origine esterna (sociale) che contiene e rende possibile il  funzionamento dell’apparato psichico. La cultura non è dunque solo un capriccio o un  accessorio secondario dell’evoluzione umana. Essa non è un abito, né un colore, ma  rappresenta il fondamento struttuale e strutturante dello psichismo umano.  

Da queste considerazioni Nathan parte per giungere alla conclusione, per molti versi  condivisibile, che manuali di statistica nosografica come il DSM IV non possono  essere esaustivi di risposte a fattori culturali e contestuali che determinano le  patologie. Se è vero che la massificazione “culturale” sembra dare risposte  epifenomeniche unitarie e unificanti quali i disturbi del comportamenti alimentari a  quelle che, come abbiamo visto, sono problematiche molteplici e diversificate a  secondo della realtà famigliare e sociale in cui sono nate, il ruolo del terapeuta  dovrebbe, secondo me , essere attento osservatore (attraverso il paziente) del milieu in cui il paziente ha vissuto il disagio. Se non si fa questo si corre il rischio di porre in griglie preordinate (DSM-IV o altri strumenti analoghi) il disturbo senza coglierne  l’essenza e quindi di non poter intervenire in maniera terapeuticamente adeguata.  In questo senso devo dire che l’approccio psicoanalitico attuale , molto più di quanto  non faccia la psichiatria, tende a concentrare l’interesse dal visibile al non visibile, a  non assegnare il soggetto a categorie statistiche e quindi a non accorparlo ad altri  presunti simili. Cerca cioè la centralità e l’unicità della persona e del suo mondo.  Il cosidetto “intervento integrato multidisciplinare” che viene proposto per la cura dei  disturbi del comportamento alimentare mi fa venire in mente, seppur in maniera  lontana, l’approccio terapeutico di tribù di etnie diverse o, meglio ancora, di alcune  realtà del recente passato del sud dell’Italia (per esempio la cura dei tarantolati nel  salento dove intervenivano con successo varie “professionalità popolari”); la  similitudine è comunque solo formale in quanto la differenza sostanziale sta nel fatto  che nelle realtà “di cura” attuali troppo spesso non viene rispettata l’originalità della  persona (originalità etimologicamente intesa ovvero peculiarità data dalle origini).  Probabilmente i successi terapeutici sarebbero di gran lunga maggiori anche in senso  preventivo se questa “originalità” venisse rispettata ed esplorata.