Il Senso dell’agire

Un percorso di gruppo attraverso la fotografia

A cura della Dott.ssa Serena Calò e della Dott.ssa Lucia Guidi.

Quasi sempre si prende in considerazione solo ciò che succede all’utente, meno si considera ciò che invece accade all’operatore

Tutte le relazioni di aiuto vedono, l’uno di fronte all’altro, persone che interagiscono.

Sappiamo che ogni relazione sociale, in quanto tale, implica partecipazione emotiva oltre che professionale; quindi nessuno dei membri, all’interno del campo interattivo è neutrale e distaccato. Tutte le interazioni con i problemi delle persone comportano un ritorno su di sé; spesso l’operatore deve quindi fare i conti più con aspetti soggettivi che oggettivi, con aspetti personali oltre che professionali.

Il ruolo dell’operatore

L’operatore di aiuto mette in gioco nella relazione tutto sé stesso ed il più delle volte, inconsapevolmente, anche le proprie fantasie, i propri bisogni, i propri pregiudizi, che sono l’espressione di una storia emotiva individuale.

Se non possiede le giuste risorse o non ricorre a opportuni strumenti con cui far fronte all’inabilità, alla sofferenza ed alla morte degli altri, fa appello automaticamente a fantasie difensive che lo “proteggono” dall’ansia dovuta all’impotenza cercando di far fronte alla situazione spesso con rabbia e ostilità verso se stesso e verso l’utente.

Si tratta di sentimenti, di vissuti e di emozioni che, se non vengono mai presi in considerazione, possono condizionare in modo insidioso la vita professionale e privata della persona. La conseguenza è che l’operatore perda interesse e motivazione per il lavoro arrivando a subirlo spesso con angoscia e non aspettando altro che la fine del turno.

Il rischio peggiore è quello di arrivare ad un vero e proprio crollo psichico, al burn-out, una sindrome che si manifesta con una profonda sfiducia nelle proprie capacità e con la conseguente rinuncia a svolgere al meglio il proprio compito.

E’ nata così la necessità di intervenire su questi aspetti e di dare una risposta fattiva ed operativa a queste criticità.

Il modello integrato utilizzato in questo primo intervento psicologico ha avuto principalmente lo scopo di arrivare ad una presa di coscienza dell’operatore nei confronti del proprio stato psicologico in relazione al rapporto con l’utente, il famigliare e non ultimo con i colleghi.

La comprensione del ruolo svolto, dalle dinamiche relazionali in gioco e strettamente connesse alla qualità del lavoro svolto, rappresentano infatti un primo passo per acquisire gli strumenti emotivi e conoscitivi necessari per affrontare e gestire le situazioni lavorative più problematiche sul piano psicologico.

Il progetto formativo

Il progetto formativo è stato effettuato mediante gruppi psicodinamici, a cadenza settimanale, per consentire agli operatori di vedere la possibilità di acquisizione di strumenti e competenze per riconoscere e gestire in autonomia i problemi relazionali ed i bisogni psicologici che emergono (dalla presa in cura del paziente e dalla relazione con i parenti) e come è possibile affrontare le situazioni problematiche sul piano psicologico; conoscere i processi psicologici e le dinamiche relazionali individuali e di gruppo, al fine di produrre trasformazioni nei programmi di pianificazione ed organizzazione dell’assistenza, della relazione con i parenti dei pazienti e delle attività in generale.

E’ stato proposto un corso di cinque incontri, chiamato “Il Senso dell’agire”, con l’utilizzo di una tecnica innovativa: il Photolangage.

Questo metodo è stato creato nel 1965 da un gruppo di psicologi e psicosociologi lionesi che lavoravano con gli adolescenti. Inizialmente, in modo del tutto intuitivo, proposero di utilizzare delle foto al fine di costituirsi come supporto alla parola, a quei giovani che presentavano difficoltà ad esprimersi e a parlare in gruppo delle loro esperienze diverse e a volte dolorose sul piano personale. Le prime foto erano di vari autori stampate su carta fotografica in bianco e nero. Gli animatori furono molto colpiti dal risultato di questa prima esperienza. Gli scambi si svilupparono e le storie si legavano con spontaneità e interesse reciproco. Sembrava possibile provare piacere ad ascoltarsi. Molto presto, l’idea fu applicata nel dominio della formazione degli adulti ed è ancora in questo settore di attività, nell’impresa e nel campo sociale che il Photolangage è maggiormente utilizzato, sia in Francia che all’estero

(C. Vacheret, 2000).

Gestione del percorso

Gli psicoterapeuti che conducono forniscono al gruppo una serie di foto e poi chiedono di sceglierne una o più in base ad una consegna, decisa seguendo una logica legata al tipo di utenza e al percorso psicodinamico scelto.

Dando un senso all’immagine scelta il soggetto prende coscienza del proprio punto di vista e si trova a sostenerlo condividendolo con il resto del gruppo.

Diversi punti di vista si confrontano: il soggetto modifica la propria iniziale percezione dell’immagine e aumenta la tolleranza al punto di vista altrui.

Questo processo, portato avanti nel tempo, porta ad una familiarizzazione con la propria visione del mondo e all’accettazione delle diversità.

Con questa tecnica è possibile esercitare l’attenzione, l’ascolto attivo e la cooperazione, si sperimenta la fiducia ed il sostegno reciproco arrivando alla condivisione di un’identità di gruppo.

La fotografia che stimola la fantasia, provoca sentimenti e rievoca memorie è proposta qui come oggetto culturale con lo scopo di mediare la relazione fra i membri di un gruppo.

L’utilizzo di un dispositivo all’interno del gruppo favorisce processi di pensiero e di sintesi profondi, perché la fotografia agisce da intermediario, “zona di gioco” e sperimentazione che aiuta l’espressione di sentimenti ed emozioni rimasti inarticolati. Proiettando sulla fotografia la nostra emozione, il nostro affetto, si opera una connessione con la propria immagine interiore che viene così recuperata e attraverso il linguaggio, riportata alla coscienza.

Date le problematiche relazionali e di motivazione e rabbia che una condizione di burn-out induce, il corso “Il senso dell’agire” si proponeva di far riflettere e portare alla luce il vissuto personale degli operatori per renderli consapevoli delle proprie emozioni e cercare così di ristabilire la motivazione alla professione da un punto di vista maggiormente creativo e attivo.

Il percorso si è sviluppato in 3 passaggi (temi) fondamentali: la rabbia, la fiducia e la creatività. Tutti alla base di un sano rapporto lavorativo con colleghi ed utenza, soprattutto in ambito sanitario.

Ad eccezione del primo incontro finalizzato a conoscere il gruppo ed individuarne le problematiche, nei successivi quattro incontri, le consegne scelte per questo percorso sono state:
scegli una foto che rappresenti il tuo concetto personale di rabbia, di fiducia, di creatività e una che rappresenti quello che secondo te è emerso di importante durante questo percorso.

L’utilizzo del Photolangage ha permesso, grazie alla fotografia, di mediare i conflitti e di far esprimere ogni persona sulle emozioni trattate. Coloro che inizialmente sembravano essere più resistenti al mettersi in discussione, grazie a questo metodo sono riusciti ad esprimersi e a fare emergere parte dei loro vissuti.

La capacità di riconoscere e di esprimere le proprie emozioni porta l’individuo ad avere fiducia in se stesso e in quello che sente predisponendolo all’apertura verso l’incontro con gli altri. Le relazioni hanno bisogno di essere definite, di avere confini e strutture solide per poter crescere e svilupparsi, e senza la previa conoscenza di se stessi e delle nostre personali reazioni agli eventi le strutture comportamentali non saranno mai definite e quindi passibili di compromesso.

Il fatto di avere non o non avere fiducia determina di per sé ampi aspetti del mondo soggettivo dell’individuo. Le aspettative , le anticipazioni e le speranze ne risultano influenzate. La fiducia (…) connota un atteggiamento affettivo diretto principalmente verso l’esterno, che comporta una sensazione di conforto, sicurezza e tranquillità circa il fatto che certi atti e comportamenti si verificheranno. La persona fiduciosa prova meno ansia nei confronti dei pericoli interni o esterni, e questo la rende più facile fare nuove esperienze, perchè vive in un mondo di cui fanno parte altre persone amichevoli e ben disposte. E’ in grado di anticipare l’accettazione che riceverà da parte di altre persone affidabili e fiduciose. Sperimenta simpatia e compassione in sé e negli altri.

(S. I. Kenneth , J. Alexander , E. A. Haggard, 1977).

L’espressione delle emozioni e la fiducia in se stessi e negli altri aiutano a raggiungere la consapevolezza che i problemi della vita non sono così incolmabili. Qualsiasi situazione problematica lavorativa o affettiva può essere risolta grazie alla creatività, alla capacità cioè di rielaborare le nostre risorse interiori. Creare non è solo appannaggio degli artisti, tutti possiamo e dobbiamo essere creativi, come afferma Erich Fromm:

In ogni attività creativa, colui che crea si fonde con la propria materia, che rappresenta il mondo che lo circonda. Sia che il contadino coltivi il grano o il pittore dipinga un quadro, in ogni tipo di lavoro creativo l’artefice e il suo oggetto diventano un’unica cosa: l’uomo si unisce col mondo nel processo di creazione.

L’esperienza di gruppo, di riflessione su di sé ma anche di confronto con gli altri, ha prodotto reazioni importanti.

L’esperienza si chiude con l’ultima consegna: attraverso una fotografia viene descritto cosa secondo i vari operatori è emerso di importante durante il percorso. Si è costituita un’idea di gruppo, di equipe di lavoro rappresentata da un albero dal cui tronco forte e unico si sviluppano i vari rami, ognuno con la propria personale forma e potenzialità. La percezione che si vada insieme verso un luogo, con lo stesso mezzo, separati ma uniti dall’obbiettivo comune legato alla professione di cura. Un gruppo che è unito e collabora nell’abbraccio dell’ultima fotografia, pur aspettando anche l’apporto esterno, rappresentato dalla ragazza che si gira per salutare chi è fuori dal gruppo, con lo sguardo di chi accoglie il nuovo.

Nonostante la necessità di razionalizzare e concretizzare l’esperienza fatta nel gruppo abbia lasciato alcuni operatori “in sospeso” rispetto ai contenuti, il percorso ha consentito agli operatori di entrare in contatto con le proprie emozioni derivanti dal vivere a contatto con “l’altro” inteso sia come paziente, come caregiver o come collega e permettere la presa di coscienza dei differenti modi di percepire le emozioni e le relazioni, favorendo il confronto e l’apprendimento della capacità di mediare gli eventuali conflitti che si possono creare.

Bibliografia

  • E. Fromm, Dalla parte dell’uomo, Astrolabio, 1971.
  • E. Fromm, Fuga dalla libertà, Mondadori, 1994.
  • S. I. Kenneth , J. Alexander , E. A. Haggard, Fede, fiducia e credulità, in Entusiasmo, fiducia, perfezione, Bollati Boringhieri, 1993.
  • C.A. Ripamonti, C.A. Clerici, Psicologia e salute: introduzione alla psicologia clinica in ambiente sanitario, Il Mulino, 2008.
  • N. Rossi, Psicologia Clinica per le professioni sanitarie, Il Mulino, 2004.
  • C. Vacheret, Foto, gruppo e cura psichica, Liguori Editore, 2008.