L’espressione con linguaggi “altri”, strumento di prevenzione al disagio, contenimento e cura in psicopatologia

…L’individuo che non può creare, vuole distruggere…l’unica possibilità di allontanare la distruttività è sviluppare nella persona la sua potenzialità creatrice.

Erich Fromm

Trattando di espressione dei linguaggi “altri”, è opportuno partire dall’attività artistico-espressiva dei malati mentali che si sviluppò, in Francia ed in Italia, attorno alla fine dell’800: stimolata da psichiatri attivi nei manicomi che, sensibili o addirittura esperti di attività figurative, credevano nelle possibilità terapeutiche e comunicative realizzabili con questi metodi.

In Italia la ricerca è viva già dalla metà dell’800, ma, influenzata fortemente dalle concezioni positiviste, non si indirizzò verso l’esperienza psicologica individuale, bensì verso la disfunzione organica. Ciononostante, la pratica di raccogliere le opere dei malati soprattutto là dove i manicomi erano diretti da psichiatri colti ed aperti all’arte si diffuse: l’insegnante d’arte era presente già nel 1878 presso l’ospedale S.Lazzaro di Reggio Emilia, dove teneva una “scuola di Disegno” destinata ai malati delle classi più abbienti.

Grazie a questi professionisti antesignani, nel 1950, al primo congresso mondiale di psichiatria, presso l’ospedale S.Anna di Parigi, fu organizzata una Esposizione di opere d’arte dei pazienti ricoverati, provenienti da molti paesi, definita da Breton “l’art de fous”.

Nel 1959, in Italia fu fondata a Verona, in collaborazione con Parigi, la 1a Società Internazionale di Psicopatologia dell’Espressione.

Sarà poi il pensiero di Ludwig Biswanger ad influenzare, negli anni ’60, molti operatori della psichiatria italiana.

Uno fra tutti Franco Basaglia, che dedicherà scritti sull’arte dei malati e da quel momento, decentrati territorialmente, si apriranno diversi ateliers.

L’evolvere delle attività espressive dei malati va di pari passo con la lettura interpretativo-conoscitiva che gli esperti hanno elaborato e con l’influenza dei movimenti artistici e dei grandi temi letterari del ‘900: il vuoto, la perdita, la nostalgia, spazio vuoto fra l’io e la vita.

Se pensiamo all’Espressionismo non possiamo che definirlo un esempio di emersione di un inedito paesaggio interiore. Da allora vi è stato tra arte e psichiatria un dialogo continuo ed ineludibile.

Molte argomentazioni sono state portate sul significato profondo della produzione artistica nel disagio mentale e molto si è scritto in merito a quanto si possa considerare la stessa opera espressione della malattia (come nella definizione di arte psicopatologica).

Si può in ogni caso affermare a questo punto che la produzione artistica in situazioni di disagio più o meno profondo, sia quantomeno “contenimento”.

Sul ruolo della psicoanalisi nei confronti dell’arte e della attività artistica più in generale esiste un’ampia letteratura: va certamente citata l’opera di Kris (viennese, psicoanalista e storico dell’arte) per il quale possiamo considerare l’arte come comune esperienza dello spirito che, attraverso l’esperienza estetica, sviluppa una circolarità in cui l’artista realizza oggetti spirituali, presupponendo che qualcuno li guardi e cerchi di comprenderli.

Egli produce, ma nel contempo guarda e critica e, così facendo, funge da io che osserva e, mentre lavora, anche da pubblico (l’artista infatti, indietreggia per vedere meglio la sua opera).

Come il bambino che, dapprima imbrattando la tela, è spinto da impulsi istintuali, poi, col tempo, si avvicina ai colori, alle forme e alle matite e l’io comincia a funzionare, così è anche per i pazienti.

P. Ricoeur, filosofo francese, sostiene che il sogno e l’arte derivino da un’unica matrice che si articola sul desiderio: per lui infatti “le opere d’arte sono creazioni socialmente valide, in quanto non sono semplici proiezioni dei conflitti dell’artista, ma l’abbozzo della loro soluzione”.

Oggi viene riconosciuta alla psicoanalisi la capacità di interrogarsi e di indagare su vari ambiti della vita: i moti psichici di cui si occupa, le fantasie e i desideri inconsapevoli, le passioni e gli affetti, le produzioni dell’immaginazione concorrono a definire le persone tutte, non solo in presenza di disagio mentale. Per questo le produzioni dell’arte continuano oggi ad essere, per molti, terreno privilegiato di confronto per la psicoanalisi e le psicoterapie.

E’ essenziale per lo psicologo, psicoanalista interrogarsi sull’arte e le attività espressive e dall’arte farsi interrogare per ampliare i limiti del proprio ambito disciplinare.

Non esiste tuttavia una griglia o uno schema che racchiuda la concezione dell’arte e dei processi psichici ad essa connessi e questo lo ritengo positivo, perché in questo modo è necessario fare prima l’esperienza con l’arte, e poi la riflessione, i tentativi di comprensione e le ipotesi. Poi ancora il ritorno all’opera in una ricerca continua di comprensione e di dialogo.

La psicoanalisi si è interrogata in ogni caso sulla spinta alla produzione artistica, sull’artista, sull’oggetto e sui processi formativi dell’esperienza estetica.

L’arte come espressione creativa suscita gioia e piacere, ma anche consapevolezza ed elevazione.

Il concetto di sublimazione appare presto negli studi di Freud ed indica una modalità trasformativa propria di alcune attività umane quali la ricerca scientifica e intellettuale e l’arte.

Un tipico metodo di indagine psicoanalitica sull’arte, consiste nel trasferire le scoperte psicoanalitiche prodotte per individuare e definire i singoli tratti dell’artista e delle sue opere.

Esempi spesso infelici, segnati da valutazioni psichiatriche, sono ben documentati dai verbali accurati delle discussioni del mercoledì, a casa Freud.

Ma, seppur infelici, i tentativi di interpretare l’opera e l’artista esprimono una ricerca, una curiosità verso un mondo espressivo che ha un accesso privilegiato all’inconscio.

Nel considerare il contenuto dell’opera (sia essa scrittura, pittura, ecc.) operativamente mi devo porre vari interrogativi:

  • Quali sono le fonti psicologiche di certi temi?
  • Perché quella narrazione?
  • Perché quei personaggi e non altri?
  • Perché quel percorso narrativo?
  • Quell’inizio, quel finale?

Essendo l’analista stesso scopritore di storie, sa bene che la narrazione e la storia sono vita, che ogni narrazione è unica e che le persone sono quel che sono state raccontate, che si sono raccontate e che si raccontano, a sé e agli altri.

È a Winnicott che dobbiamo la collocazione dell’esperienza artistica fra il nostro corpo, appartenente a noi, e l’oggetto altro da sé, ma ad esso profondamente collegato: l’oggetto transizionale.

Si deve a Melanie Klein il merito di avere attribuito e dato intensità alle forze in gioco nella mente infantile e di aver tracciato la trama possibile entro la quale si esprime il contrasto tra le fantasie distruttive inconsce e la necessità di smentirle, preservando l’oggetto (riparazione, ricreazione e cura).

Bion ha dal canto suo mostrato come il processo creativo avvenga nel campo dell’amore e dell’odio e come il pensiero ordinato e l’apparenza ordinata del mondo richiedano la tutela dell’arte che lavora misteriosamente nel passaggio da una massa informe di indistinte sensazioni allo splendore della creazione.

A mio parere è necessario attingere all’arte in qualunque delle sue espressioni, nella psicoterapia, perché solo in questo modo si può restituire alla persona la centralità creatrice che le esperienze negative precoci hanno alterato. L’arte, esattamente come il sogno, ci parla dell’inconscio, della dimensione più profonda dell’essere umano.

Ma mentre il sogno è principalmente rivolto al passato, l’opera d’arte (intesa come produzione artistica sia essa pittura, scultura, scrittura, canto, musica, danza, teatro etc.) guarda anche al futuro e costituisce un esempio di trasformazione dell’energia psichica (fondamentalmente narcisistica ed investita negli oggetti arcaici), in prodotti assai valorizzati in grado di acquisire una vita propria e di assumere significato in vari contesti culturali.

Sappiamo che il fine della psicoanalisi è quello di arrivare ad una maggiore conoscenza di sé; la struttura interdisciplinare della psicoterapia a mediazione artistica offre la possibilità di indagare anche attraverso linguaggi “altri”.

Il modello schematizzato di questo approfondimento potrebbe quindi essere:

autore – testo (opera) – lettore (osservatore)

Il testo-opera viene visto quindi come un sistema aperto ed è organizzato per stabilire una relazione di senso fra l’autore e il lettore del testo-opera.

I gruppi psicoterapeutici a mediazione artistica che hanno come “oggetto transizionale” la pittura, la scrittura, il corpo, ecc. esprimono la loro dimensione terapeutica nell’essere gruppo di contenimento, non giudicante e nel facilitare l’espressività nei partecipanti, allargando l’area di conoscenza sul proprio mondo interiore.

Il setting che si attua nei gruppi è quindi, diversamente dagli altri setting, mediato dagli oggetti.

Decidendo di prendere parte al gioco sociale della produzione artistica, la persona accetta di rischiare di essere un autore in cerca di lettori, di essere un soggetto che tenta di costruire un oggetto.

Ritengo che, partecipando al gruppo, in ogni caso, il paziente trasformi il suo sistema relazionale, elaborando il proprio disagio tramite le varie tappe del processo creativo (spontaneo o guidato) all’interno del “luogo” terapeutico.

Quando le cose funzionano, la persona uscirà dalle sue certezze “autistiche” e aprirà poco o molto a sé e agli altri, il suo spazio esistenziale.

Partendo dall’assunto che lo stato di salute e il benessere individuale dipendono in gran parte dalla regolazione emozionale e che la capacità di sperimentare, esprimere, modulare le proprie emozioni sia una qualità che ognuno di noi possiede, in misura differente, sono convinta che l’espressione creativa costituisca un mezzo molto efficace di regolazione dell’attività emozionale e favorisca la possibilità di entrare in contatto con il proprio mondo interiore e di esteriorizzarlo palesandolo attraverso molteplici forme simboliche.

La creatività è dunque una risorsa umana difficilmente “inalienabile” anche nei casi più estremi.

Come scrive Winnicott essa coincide “con l’essere vivi” e si alimenta dell’incontro con la realtà.

La psicoterapia a mediazione artistica può quindi sollecitare dei processi di ricostruzione a patto di rispettare l’immagine e il suo linguaggio. La storia dimostra i rischi della sua lettura e decodificazione.

Visibilità, nell’accezione data da Maurice Merleau-Ponty, di fronte alla quale è indispensabile accettare i limiti della comprensione e tollerare quel vuoto che Marion Milner ritiene appartenga alla creatività autentica.

Bibliografia

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