Sfide nella psicoanalisi tra crisi e mutamenti sociali

Giornata di studio e di confronto interdisciplinare. Organizzata da OPIFER dal titolo: Psicoanalisi oggi: tra politica e società.

Dott. Davide Corradetti

 

Attualmente la psicoanalisi sta attraversando una crisi che, in superficie, si manifesta in una certa diminuzione del numero di studenti che si dedicano al tirocinio negli istituti di psicoanalisi e nella minor quantità di pazienti che ricorrono all’aiuto dello psicoanalista. Negli ultimi anni sono emerse, in alternativa, delle teorie che pretendono di raggiungere risultati terapeutici migliori con un impiego assai minore di tempo e, conseguentemente, di denaro. Lo psicoanalista, che dieci anni or sono la classe media cittadina considerava in possesso di una risposta alle proprie angosce mentali, è ora costretto in posizione difensiva a opera dei suoi concorrenti, e sta perdendo il proprio monopolio terapeutico” (Fromm, 1970). Con queste parole Erich Fromm apriva il suo saggio “La crisi della psicoanalisi” scritto circa cinquant’anni fa. Lo psicoanalista tedesco nel descrivere lo sviluppo storico della psicoanalisi continua riferendosi al XX secolo come “l’età dell’ansia”, (che) ha prodotto in misura sempre crescente solitudine e isolamento, (in quanto) il dissolversi della religione, l’apparente inutilità della politica, la comparsa dell’”uomo pianificato”e totalmente alienato, hanno privato la classe media cittadina di un sicuro criterio di orientamento e di ogni sicurezza in un mondo che ha ormai perso ogni senso” (ibid.). Secondo Fromm la psicoanalisi rappresentava un sostituto della religione e della politica ed aiutava l’uomo ad attribuire senso ed orientamento alla propria esistenza. Per Fromm, però, il raggiungimento di un cambiamento significativo implicava una critica radicale della società di appartenenza, delle norme e dei princìpi di essa sia palesi che nascosti, ossia “avrebbe richiesto il coraggio di spezzare molti legami consolanti e protettivi e di trovarsi confinati in una minoranza; avrebbe anche richiesto un maggior numero di psicoanalisti che non fossero stati intimamente coinvolti nella confusione psicologica e spirituale della vita industrializzata e cibernetizzata” (ibid.).  

Seguendo questa linea, Fromm, se ad un livello superficiale indica come fattore della crisi della psicoanalisi “il cattivo uso che di essa hanno fatto un largo numero di analisti e di pazienti”, ad un livello più profondo identifica come causa principale della crisi la “trasformazione della psicoanalisi da teoria radicale a teoria conformista”. Se dapprima, infatti, la psicoanalisi “fu un’acuta e totalitaria idea liberatrice (…) lentamente perse tale carattere e ristagnò non riuscendo a sviluppare le proprie tesi in risposta al mutamento della condizione umana verificatosi dopo la prima guerra mondiale; si rinchiuse anzi nel conformismo e nella ricerca della rispettabilità” (ibid.).

Com’è noto la psicoanalisi nacque come una disciplina fondata su idee rivoluzionarie: nello sviluppare le sue teorie sull’inconscio e sulla sessualità Freud fu un pensatore coraggioso che osò sfidare le concezioni moralistiche della sua società. Successivamente, però, l’uomo Freud avvertì la necessità di difendere quelle idee giungendo, così, alla loro istituzionalizzazione in un’organizzazione burocratica: l’Associazione Psicoanalitica Internazionale. Chi mostrava fedeltà e lealtà al “padre fondatore” rimaneva membro arrivando anche a ricoprire le più alte cariche dell’associazione, chi si discostava o ne criticava le teorie centrali rischiava l’espulsione. D’altronde, come la vicenda edipica insegna, i padri devono stare attenti ai moti dei figli! Appartenere all’associazione, quindi, significava essere detentori della verità o per dirla con Fromm (1970) “in un mondo dove la grandezza e il potere dell’organizzazione sono garanzie di verità, essi (gli analisti) si limitavano a seguire la pratica generale”.  

Una tale politica “ortodossa” del movimento psicoanalitico, quindi, contribuiva a ed incentivava un’inibizione dell’evoluzione critica, creativa e generativa delle teorie psicoanalitiche con inevitabili ripercussioni anche sulla pratica clinica. Il rispetto tacito delle “regole del gioco” nel setting analitico tra analista e paziente consentiva (e consente) sì un’eventuale dose di miglioramento del benessere individuale, ma precludeva ad entrambi i partecipanti il “rischio” di realizzare “un’esperienza fondamentalmente nuova”.  

Nel tentativo di comprendere le ragioni di una simile adesione apparentemente acritica all’associazione psicoanalitica, Fromm individua due fattori: da un lato, l’appartenenza ad un’organizzazione avrebbe assicurato all’analista di non essere solo in un contesto sociale e professionale “ostile” alla psicoanalisi; dall’altro, vi era l’identificazione dell’analista con la vastità del sapere sulla natura umana che la psicoanalisi aveva raggiunto, la quale gli permetteva di eludere il dover ammettere il “carattere frammentario e sperimentale della sua conoscenza”. Una tale ammissione avrebbe presupposto un’elevata dose di indipendenza, di coraggio e di pensiero creativo da parte dell’analista.  

É possibile presumere che questi ultimi concetti portino degli elementi rilevanti che pongono in relazione il contesto sociale attuale e la psicoanalisi. In questo senso, va specificato come le condizioni della società e della psicoanalisi descritte da Fromm cinquant’anni or sono sembrino essere simili a come appaiono oggi, salvo ammettere che oggigiorno si assiste ad una esasperazione di quelle condizioni. Ad ogni modo, l’ansia, la solitudine e l’isolamento sono fenomeni sperimentati in maniera massiccia dall’uomo contemporaneo, categoria a cui appartengono anche gli psicoanalisti, oltre che i loro eventuali pazienti. 

Proviamo dunque a pensare a come queste tre condizioni entrino nel contesto psicoanalitico. Nella mia seppur breve esperienza clinica le persone che chiedono aiuto per affrontare problematiche connesse all’ansia sono molte. Nella maggior parte di queste, l’ansia è sottesa da problematiche

relative al timore dell’abbandono, della non accettazione da parte degli altri, del rifiuto, ossia dalla paura di restare soli. Più specificatamente queste paure hanno come controparte il desiderio di autonomia, di indipendenza, di spontaneità. Ad esempio, Pietro, studente di 20 anni fuori sede soffre per la sua incapacità di relazionarsi con i coetanei che a differenza sua vede come intraprendenti. Così cerca di essere come loro, forzandosi di seguire gli stessi interessi, le stesse abitudini, gli stessi divertimenti, ma che a lui in fin dei conti non piacciono, preferendo altro. Questo lo porta a cadere sempre nello stesso meccanismo per cui lo sforzo invano di conformarsi agli altri entra in conflitto con il suo essere autentico ripristinando in lui il senso di inadeguatezza con conseguente ritiro1.  

Marianna, 22 anni, studentessa anche lei fuori sede, unica figlia che fin da piccola doveva rispettare gli elevati standard scolastici richiesti dalla madre. All’università il timore di deludere la madre le generava ansia intensa per qualsiasi attività extra-accademica svolgesse, in quanto non “autorizzata” dai genitori. Durante il lavoro di analisi ha sviluppato la capacità di negoziare con la madre la propria autonomia, riducendo il timore di essere rifiutata, continuando a superare egregiamente gli esami, e al contempo dedicandosi ed ottenendo gratificazioni anche negli interessi esterni all’università. Probabilmente la possibilità di fare esperienza della propria spontaneità nella stanza di analisi aiuta queste persone a tollerare la condizione di solitudine che ci appartiene in quanto esseri umani. 

A questo punto, se da una parte vi sono i pazienti con le loro problematiche, sull’altra poltrona siede l’analista, essere umano che per quanto formato e analizzato a sua volta, appartiene al medesimo contesto sociale. Anche lui è solo, chiamato ad un compito di elevata responsabilità, e probabilmente da qualche parte ed in qualche modo esperisce dell’ansia. Perché il contesto psicoanalitico è imprevedibile, senza prove, senza copioni, bisogna esserci. Ci vuole coraggio. É come la vita, no, anzi, è vita.  

In questa direzione, pensando al confronto con altri orientamenti psicoterapeutici, l’ansia è probabilmente uno dei fattori che porta gli studenti a scegliere di frequentare scuole, per esempio, ad indirizzo cognitivo-comportamentale, in quanto la presenza di guide e di procedure standard da applicare nel lavoro clinico riduce, o forse illude di ridurre, il senso di smarrimento del terapeuta. 

Tornando allo psicoanalista, a mio modo di vedere nel suo lavoro egli è solo, confortato probabilmente da qualche teoria, supportato forse da qualche scambio con supervisori e colleghi, ma solo: solo mentre ascolta il paziente, mentre decide come intervenire in un dato momento, mentre utilizza se stesso come unico strumento che possiede per aiutare l’altro. Nessuno tranne l’analista e il paziente sanno cosa accade nella stanza di analisi, ed è in quel luogo, dove si pratica la clinica, che nascono e si formulano le teorie, come fu per Freud. Lo psicoanalista, e in sé la psicoanalisi, senza temere di smarrirsi può trovare la sua strada.  

Citando Fromm nella sua attualità: “il rinnovamento creativo della psicoanalisi è possibile solo se essa riuscirà a superare il suo conformismo positivista e tornerà a essere una teoria critica e provocatrice, nello spirito di un umanesimo radicale. La psicoanalisi così riesaminata continuerà a scavare sempre più profondamente nel sottosuolo dell’inconscio, criticherà tutti gli ordinamenti sociali che piegano e deformano l’uomo, e si interesserà di quei processi che condurrebbero ad adattare la società alle necessità umane, piuttosto che all’adattamento dell’uomo alla società. In particolare, esaminerà i fenomeni psicologici che caratterizzano la patologia della società contemporanea: alienazione, ansia, solitudine, paura dei sentimenti profondi, oziosità e mancanza di gioia. Questi sintomi hanno assunto il ruolo centrale occupato, al tempo di Freud, dalla repressione sessuale, e la teoria psicoanalitica dev’essere formulata in modo tale che possa comprendere gli aspetti inconsci di tali sintomi e le condizioni patogene della società e delle famiglie da cui sono prodotti. In particolare la psicoanalisi studierà la “patologia della normalità”, la schizofrenia semplice e cronica prodotta dalla società ciberneticizzata di oggi e di domani” (Fromm, 1970).

___________________

1. I nomi utilizzati sono fittizi al fine di salvaguardare l’identità della persona.

 

Riferimenti bibliografici 

Fromm E. (1970). The Crisis of Psychoanalysis (tr. It. La crisi della psicoanalisi. Milano: Mondadori, 1971).